giovedì, 08 marzo 2007

LA DOPPIA VITA DI VERONICA

K. Kieslowski

Mai film fu più autenticamente biografico di questo,dove il regista,minacciato dalla malattia che lo porterà alla morte solo cinque anni più tardi,dipinge una storia dal sapore falsamente hitchcockiano (almeno negli assunti iniziali ) permeata dello stesso fatalismo ineluttabile che era stato la cifra vincente dell'esordiente Decalogo,giocata però su un registro stilistico formale completamente opposto.Il verismo spiazzante,la cruda quotidianità dei palazzoni di regime,il soffocante hic et nunc di una Varsavia simil-infernale,lasciano il posto  a una doppia,ma non per questo meno incisiva,carica visionaria;su una stessa tonalità ocra di straniante desolazione,la capitale polacca fuoriesce indistinta e sfumata dal grigiore dei senza-destino,dalla dannazione dei perduti;la Grand Paris guadagna invece i toni morbidi del benessere,della speranza,volgarmente,di un mondo ben più agiato di quello (post)comunista.

Su due sfondi tanto diversi si agitano,si dimenano,scalpitano due vite tanto simili, Weronica e Veronique,banalmente due vita in una,banalmente ( e l'hanno notato ) un solo destino. 

Ma nel universo valoriale di Kieslowski la parola destino è priva di significato perchè irreale e inattuata ,sia per i 'piccoli grandi uomini ' protagonisti del Decalogo,sia per la simbolica Diade, che è poi quella primigenia tra vivere e morire,luce e oscurità,uno e molteplice, sublimata nelle due complementari figure femminili specularmente interpretate dalla Jacob.

La vera forza motrice delle esistenze,di tutti gli afflati vitali,sta nel rapporto dialettico di scontro e unione che l'uomo stabilisce con quelle che sente come istanze a sè superiori,o comunque indeterminabili a partire da sè.

In una storia apparentemente psicologica e intimistica ,come questa,hanno invece fondamentale importanza i basilari elementi che costituiscono il mondo fisico,la realtà creata da Dio ma lasciata in mano all'uomo e al suo discernimento.Quella che nel Decalogo risultava ultimativamente come una spinta meccanicistica e dunque non affrontabile direttamente,tanto da consentire in ultimo solo un amara (auto)ironia, qui assume invece la sua forma più piena e completa di Principio modificatore,comunque mai avulso dagli umani desideri e alieno alle umane dinamiche,fino a servirsi di una (? ) umana figura per manifestarsi,non certo in senso Rivelazionistico,quanto in senso plotinico di sintesi.

Curioso dunque (ma forse prevedibile ) come V/Weroniq/ca nella sua franta linearità,nel suo vissuto contorto e contorcente rappresenti l'unico luogo di possibile senso in un mondo allo sfascio,quandanche una tale compiutezza giunga per mezzo di quello stesso Caos che si trova a dover governare,tramite quella 'libera fantasia ' che pure  dovrebbe irregimentare.Ed è in questo senso,con queste modalità che la Diade trova la sua fine,la sua  chiusura,grazie all'intervento di un terzo elemento armonico  significativamente connotato al maschile,in grado attraverso un linguaggio sessuale di poetica emancipazione e un linguaggio epico-rituale di avvolgente e placida catarsi (le marionette come immagine-chiave,come simbolo cardine di tutta un'architettura ) di fornire,e questa è in ultimo la vera geniale acquisizione di questo film, un unico possibile termine all'esistenza non con l'ausilio della spinta fideistica nell'Oltre,ma servendosi invece dell'Arte e dei suoi strumenti,dialettici o meno che siano.

 

Film di testa così come i precedenti chiamavano in causa la sfera emozional-patemica,rimane comunque un capolavoro da gustarsi lentamente e su cui rimuginare.

 

 

 

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sabato, 09 dicembre 2006

L'UOMO (CHE ) NON DEVE CHIEDERE MAI

FINLEY- Fumo e cenere

Strade deserte
Note distorte
Componi per lei
Si è fatto buio già
Ore seduto
Su un marciapiede
Sotto un lampione
Sai che lei non tornerà

E' un lamento continuo
Di frasi che ormai
Sono andate, sparite
Mai più sentirai
Ti aspettavi di udire
"Sei il solo per me"
Metti l'anima in pace
Quei giorni son già
Fumo e cenere

La nebbia sul viso
Nasconde il sorriso
Di quei giorni in cui
Lei era accanto a te
Riassaggi i momenti
Scorrendo i messaggi
Ma solo quelli più dolci
Non li cancellerai

Il tuo mondo
Sta andando a puttane
Oramai
Puoi reagire ma forse
Non è ciò che vuoi
Preferisci esser vittima
Non guarirai
Non mollare
E' un consiglio
O ti ridurrai
Fumo e cenere

Meeting On The Way

www.finley.it

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sabato, 09 dicembre 2006

ROMANZO CRIMINALE di Michele Placido

Se il libro avanti un pochetto si spingeva (la figura quasi manzoniana del Vecchio,assente nei film,pesantemente caratterizzato per una evanescenza ieratica e mefistofelica,che manovra da un non meglio precisato 'alto ' tutte le trame criminose degli antieroi protagonisti,veramente ridotti al rango di marionette;le varie sottotrame legate alla collusione dei superiori di Scialoja con questa specie di capo-massone ) il film prende un'altra via più succinta e incisiva,sfrondando il testo di partenza da ogni corollrio che filmicamente avrebbe rappresentato un inutile e confuso ingombro alla riuscita della narrazione. Pur tradito nella forma, lo 'spirito ' del romanzo è mantenuto tramite una essenzialità drammaturgica tanto calibrata da arricchire i personaggi e gli intrecci che ne beneficiano. In questo senso è in parte vero che per 'parlare bene ' del film leggerne prima la fonte letteraria d'ispirazione sarebbe inutile così come fuorviante,per chi nell'analisi si fermasse a un pedissequo (e impossibile ) confronto comparativo. 'ROMANZO CRIMINALE ' non è infatti soltanto cinema puro e infallibile nella sua architettura epica di stampo palesemente hollywoodiano (sia nella forma che nella sostanza di riproposizione di 'miti ' classici del cinema 'nero ' d'oltreoceano ) ma cosa anche più sorprendente,un raro (e si spera presto imitato ) esempio di cosa veramente voglia dire fare del cinema allorchè si parta da un soggetto semiologicamente ben distinto come un'opera letteraria,tralaltro di indubbio valore come quella in questione: a dir poco suicida e pretestuosamente folle sarebbe stato cercare di adattare tutti gli innumerevoli snodi presenti nel romanzo tentando di farli rientrare in una linea narrativa coerente e fluida ; non parliamo poi di sacrificare,come pure spesso si fa,la ricchezza espressiva del 'mezzo cinema ' per fornire una rassicurante quanto scialba 'versione in movimento ' del materiale originario,così da sminuirne pericolosamente il valore intriseco di 'storia di finzione '. La verità,e in questo caso pure la ragione,stanno in una 'medietas ' tanto attraente quanto ardua a trovarsi. E come già detto, per quanto riguarda ciò, la cosa è facilitata dalla costruzione stessa del testo letterario,così analitica ed eziologica ( per i tanto tormentosi 'misteri d'italia ' dell'ultimo trentennio ) da risultare alla lunga dispersiva e persino incoerente. Dire che Placido abbia riportato questo 'ROMANZO CRIMINALE ' alla sua celata e insieme conclamata natura di grande novella nera a metà tra la spontaneità vitale di Pasolini e la densità drammatica di un Ellroy (per fortuna senza l'irritante inettitudine narratoria di quest'ultimo ) sarebbe tanto corretto quanto affermare che una tale operazione non è nè impropria nè irrispettosa,bensì frutto di una mirabile quanto inusitata capacità di sintesi e focalizzazione dei centri nevralgici da cui poter far scaturire una fabula nuova e allo stesso tempo non avulsa dal testo di partenza e quindi autonomamente vitale. La premiata ditta Rulli & Petraglia (su supervisione dello stesso De Cataldo,quasi nume tutelare alla radicale palingenesi creativa ) procede a un denudamento progressivo del 'corpo narrativo ' senza che si possa parlare tuttavia di totale scuoiamento. Il terreno così bonificato è infatti pronto per far germogliare una nuova pianta,forse meno robusta della precedente ma egualmente salda. Il tutto,passando nelle mani di Placido,coltivatore avvertito e raffinato quanto basta,assume presto la forma compiuta di un giardino rigoglioso e armonico. Fuor di metafora, la ricchezza e la polivocità perdute in quello che nel romanzo era uno sviluppo di fabula complesso e affascinante,è riguadagnata sullo schermo mediante l'utilizzo spregiudicato di tutti i modelli (come detto, sia stilistici che mitopoietici ) di certo cinema americano,fino al citazionismo puro di (andando a memoria ) due scene tra le più significative del film. Quello che avremmo se tuttavia nel tentativo di rigenerazione segnica,ci fermassimo qui, sarebbe un gusto vintage giocato sul citazionismo sterile che risulterebbe alla lunga terribilmente irritante (un esempio di questo pessimo cinema è ROAD TO PERDITION di Mendes... a proposito ma dove accidenti è finito??? ) . La cifra stilistica che è veramente la carta vincente di questo film sta invece nella contemporanea e frenetica operazione di enfatizzato intimismo attuato su quelli che sono i rapporti di forza della struttura narratologica che si vuole perseguire. Tanto per essere chiari, le relazioni tra i personaggi e i collegamenti che si instaurano giocoforza tra i valori di cui ciascuno di essi è portatori(a volte convergenti,a volte discordi,più spesso ambiguamente tangenti ) sono fatti oggetto di un accelerazione e di un enfatizzazione emozionale impensabili in un romanzo dove tutti sono servi di tutti e nessuno è padrone di sè stesso. Laddove la faceva da padrone il collettivo,ecco l'individuo non più macchietta ma personaggio-persona in grado di mutare a seconda della situazione e fulcro esso-stesso di nuuna drammaturgia che non può disperdersi nella cruda elencazione di fatti o nella nebulosa inventiva del complottismo ma deve invece concentrarsi sull'esplicitazione intensa e puntuale di pochi ma fondamentali concetti,di emozini mai nascoste o gridate,ma sempre mostrate e sussurrate. Perchè è solo così che la classica (e pericolosa iin quanto tale ) narrazione della "caduta degli dei o di chi tale si crede " può assumere un valore totalmente nuovo e significativo,in qualità di una storia a più voci che cantano la stessa canzone. Fondamentale dunque l'esplicitazione di tracciati narrativi altrimenti celati o secondari nell'economia 'documentaria ' del romanzo. Così la rivalità sexual-oriented del cattivo-buono Dandi e del buono-cattivo Nicola,così sottotestuale nel libro,assume valore significante all'interno di una contrapposizione ideologica tra il potere che rende intoccabili e quello che rende inetti: lo stesso sistema di valori va poi incontro alla deflagrazione contro l'ambiguo 'codice d'onore ' del tremebondo e instabile Freddo,catturato dai due fuochi mascolini di possesso,tanto da essere incapace di esercitarne esso stesso allorchè si parli di redenzione che nel caso di un epilogo stringente e senza uscita come quello che vediamo qui assume i connotati di un inafferabile isola dei rimpianti. Potere che fortifica,potere che indebolisce e potere che insuperbisce. Colui che ' agli imperatori no ' e quello che 'basta fà così ed è finita' così lontani all'inizio,così vicini nella fine, per ambizione e per sorte,entrambi incapaci di gestire sè stessi e la propria potenza:per entrambi divenire ciò che si è,per la sotterranea eppure stringente catena che un nome impone significherà morire.E poi le figure femminili tanto esteriormente campionesse di un emancipazione inaccattabile quanto veramente incapaci di spezzare i legami di subordinazione al sesso forte. Queste e altre linee di forza si muovono all'interno di un mosaico visivo frenetico ma ordinato,brutale eppure sottilmente elegante,disilluso e disilludente eppure capace di scorci sobriamente elegiaci (alcune scene di sesso splendidamente invadenti,certi paesaggi quasi documentaristici,la disinvoltura con cui gli inserti d'epoca si 'incastrano ' al resto, scene come l'ironica morte del Nero ecc... o il flashback iniziale ) . Una costruzione impeccabile che molto avrebbe perso senza l'apporto fondamentale di un cast ,è proprio il caso di dirlo , stellare: solo per citare i più noti,perfette e impeccabili le interpretazioni di Rossi Stuart e Accorsi, memorabile il parvenu Santamaria,mentre fra le donne una Jasmine Trinca colpevolmente sottoutilizzata cede la palma di miglior interpretazione a una ammaliante e luccicante Mouglalis (grazie anche all'eccelsa caratterizzazione vocale datale da Claudia 'Agente Scully ' Catani ) Credo (francamente ) di potermi fermare qui,anche se sono convinto che si potrebbe a buon diritto non smettere mai di parlare di un simile gioiello.
Per chi non lo ha visto: si fiondi subito,non sprecherà certo il suo tempo .

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sabato, 09 dicembre 2006

MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood

Evidentemente è ormai una moda denigrare uno come Eastwood,così sfacciatamente americano quando pure tenta di avanzare un discorso di critica pungente verso questa nazione. Insomma,fa di tutto per essere forestiero vestendo la sua arte e i suoi personaggi di abiti fuori moda e assumendo pose cinematografiche abbastanza devianti e diverse da quelle con cui è chiamato a confrontarsi(leggi la Hollywood delle 'attrici per un giorno ' dei 'registi per un anno e dei 'film per un mese ' ). Fa tutto questo (e altro ) eppure c'è ancora qualcuno che lo attacca frontalmente manco fosse l'ultimo arrivato in cerca di fama... anzi fa di più.... si sorprende addirittura perchè qualcuno tiene posizioni così sacrileghe che tanto impunemente attentano alla Verginità dell'Arte o alla Vetusta Visione del Classico Intramontabile come Unico Punto di Riferimento....
Suddette opinioni concorrono a formare il disegno,opinabile quanto rispettabile, di un Eastwood ormai da anni votato alla causa economica,e che di conseguenza cerca di far passare i suoi prodotti per cinema 'culto, d'autore ' mentre in realtà si tratterebbe soltanto,usando una formula non originale,di 'cinema furbetto : egualmente tutti i suoi maggiori successi (e non intendo qui solo in senso commerciale ) sarebbero solo patinate riproposizioni di vecchie storie e di antichi archetipi cinematografici. In due parole,nulla di nuovo.

Per capire quanto in realtà sia pregiudiziale e superficiale una visione simile,basterebbe scorrere rapidamente le architetture principali degli ultimi due lavori,e realizzare quanto siano in grado di nascondere a un occhio ebete e di rivelare a un orecchio attento. Ma dato che siamo nel topic di MDB è giusto soffermarsi su questo film.

Mi pare sia  utile spendere due parole su quella che è la narrazione originaria,da cui la sceneggiatura e di seguito il film prendono spunto. Molti forse non sanno che esiste una raccolta di racconti di tale F.X.Toole (frettolosamente messa in ristampa da Garzanti in occasione dell'uscita del film sotto il titolo de LO SFIDANTE ) a cui Haggis si è ispirato per il film. Non avendo avuto il (dis)piacere di leggere la suddetta,non entrerò in dettaglio,ma mi limito a rilevare (a seguito di altre letture dello stesso autore che,per inciso,sembra incapace di 'scrivere ' altro che di boxe ) non solo e non tanto l'infima qualità letteraria del prodotto di partenza,quanto invece la scarna essenzialità manichea delle tematiche affrontate (un vecchio allenatore,presumibilmente il medesimo del film in un avventura precedente, disilluso e dai modi scabri che decide 'alla Rocky ' di tirare su un mezzo delinquente fino a farlo diventare campione,salvo pi-varizione sul tema- farsi fregare dallo stesso per soldi,sul più bello )quasi ridicola nel suo proporsi così nuda e cruda.

Ecco,se Eastwood partendo da una storia senza ombra di dubbio simile alla succitata (la ragazza povera che vuole farsi un nome e una reputazione,le riluttanze del vecchio,il successo e la caduta ) si fosse limitato a narrarla per immagini,evitando un coinvolgimento autoriale forte,tutte le critiche mossegli non solo sarebbero giustificate,ma persino auspicabili.

Ma non è questo il caso. Se è certamente vero che abbiamo uno scheletro narrativo imperniato sulle linee di forza tipiche di certa Hollywood e su schemi tematologici più abusati che consueti (la miseria,il rimpianto,la riscossa,la caduta ecc ) è altrettanto fondamentale rilevare come questo sia-appunto- solamente uno scheletro. Servirsi di fulcri narratologici tanto pressanti e concreti da sembrare prevaricatori non impedisce a Eastwood l'articolazione di un discorso filmico più serio,sebbene posto abilmente sottotraccia e 'nascosto ' dall'illusione perfetta della trama scontata,che permette tra le altre cose di non doversi preoccupare di uno sviluppo d'intreccio che sarebbe potuto divenire 'poco addomesticato ' e troppo autoreferenziale. La sostanza del ,per dirlo banalmente, messaggio,della ragione d'esistenza del film è lasciata in alternativa o alle piccole cose e ai segnali minimi o altrimenti alle dinamiche di rapporto tra gli elementi in scena.
Due esempi chiarificatori,anche se uno fondamentale lo ometto per dovere di spoiler:la figura incarnata da Morgan Freeman e il sottodiscorso,abilmente travestito da intermezzo comico,sulla religiosità del protagonista.

Anche solo a una prima percezione,non può ragionevolmente essere annoverato tra le amorevoli e buffe coincidenze del mondo cinema il fatto che dopo sedici anni Morgan Freeman ritorni come deuteragonista di Eastwood,là nelle vesti di un pistolero troppo fedele per essere tale,qui in una doppia funzione di cui cercherò di dare ragione. Un ipotesi,quella della coincidenza,che si presenta addirittura smaliziata e fuorviante allorchè si entri nel ritmo narrativo del film e si scopra che come allora (sto parlando,naturalmente, del magnifico 'GLI SPIETATI del 1992 )la presenza di una spalla era resa necessaria da una narrazione improntata alla riscrittura,ora elegiaca,ora cinica,ora grottesca di certi miti della frontiera (e c'era quindi 'bisogno ' di un ingiusto omicidio che legittimasse e rendesse possibile la 'riconversione ' di Eastwood killer (ir)redento,così adesso la presenza discreta e solida insieme di una persona che è allo stesso tempo amico debole ma narratore fervente,è la prima e più affidabile spia del fatto che ci si trova davanti non a un bolso 'lungometraggio sportivo(che definizione idiota ) quanto al cospetto di un capovolgimento sopraffino di quelli che erano i nuclei tematici del film già citato:laddove a trionfare,se non il concetto stesso di creazione mitica dell'uomo come unica immortalità,è un affermazione di sè come potenza,sia pur essa effimera e vanagloriosa, qui il tripudio è in realtà scoramento,la vittoria sconfitta assoluta,qualora si prenda Yeats(con il suo più celebre e icastico componimento ) e lo si rilegga volutamente nell'unica chiave veramente antitetica rispetto ai tanti pur interpretabili segnali testuali di senso.
Se 'I WILL ARISE AND GO,AND GO TO INNISFREE ... ' è l'unico modo possibile per esprimere non la volontà di fuga liberatrice (questo è infatti l'intento primo dell'autore) quanto un fuggire correndo senza mai voltarsi che è sinonimo di gettare la spugna verso l'annichilimento di sè stessi,come si può onnestamente parlare di 'solito buonismo alla Texas Ranger ' senza sentirsi ridicoli?Non c'è nulla di certamente accomodante poi nelle rappresentazioni,rispettivamente,di una religiosità pasticciona,scissa da qualsiasi costruttivo legame religioso,a confronto con le spinte cristianistiche,tanto rudimentali quanto efficaci,che permettono il plasmarsi iniziale del protagonista di UNFORGIVEN (tanto per proseguire l'utile parallelo ) e di un clima familiare meschino e grottesco,splendidamente immortalato nella sua ributtante finzione da un sarasmo arguto e puntuale,giocato tutto sulla palese cifra dell'abbigliamento,che non può lasciare indifferenti.

Insomma,non c'è nulla di lontanamente positivo o (!!!) melodrammatico in una storia tanto spezzata in due formalmente quanto ne è unitaria la reale struttura.Unitaria e omogenea sotto l'insegna di un ineluttabile e infinita 'road to perdition ' che mai si porta verso vie riconciliatorie dalla lacrima facile,nè tantomeno esplode in tutta la sua negatività preferendo alle parole tremolanti di un vecchio atono e alle appannate vetrate di una finestra sospesa tra 'il nulla e l'addio '.

Meeting On the Way

www.hilaryswank.com


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giovedì, 26 ottobre 2006

THE LIFE OF DAVID GALE di Alan Parker

Siamo(eravamo?) stufi dei soliti strepiti samaritani,delle ritrite prediche recitate con il santino di Gandhi tra i capelli (illusi,credevate fosse un caso fortuito e consolante sentire il suo nome,quasi a garanzia di una correttezza politically incorrect ? ) ne abbiamo pieni gli occhi e sature le orecchie della retorica capitalista (oh, nemmeno di questo vi eravate accorti? ) del 'non spezziamo una vita,la Bibbia è un veleno cattivo ' del bigottismo ecumenico,della lacrima facile.

Saper costruire un prodotto attingendo al serbatoio delle 'Grandi Domande dell'Umanità ' con le tecnologie e le armi (anche ideologiche ) di oggi è un operazione di irrisoria semplicità. Cercare di rispondere a queste domande usando il santo breviario delle convenzione è così banale da essere evanescente. Cercare di porsi delle domande nuove partendo dalle vecchie è un operazione di libertà ,forse la migliore. Con una risolutezza quasi ingenua,con una secchezza quasi indisponente (di forma e sostanza ) 'The Life of... ' si butta e si protende,verso quest'ultimo scopo,scaltramente trascurando i luoghi comuni (narrativi e emotivi ) del caso e ignorando candidamente quella che,in simili frangenti, potrei ribattezzare "la lezione del centesimo minuto ' : (se si parla di un film hollywoodiano che si professa e si proclama come 'prodotto commerciale ) allo scoccare del terzo quarto di pellicola,su una durata media di due ore,alternativamente il/la protagonista o il/la deuteragonista si lanciano in un appassionato,tanto pregno quanto inutile disquisire,sui motivi profondi e sulle radicate ragioni che hanno spinto/spingono l'altro/altra a comportarsi o a non comportarsi in un dato modo. Questo per i film più eminentemente 'capitali ' come anche per quelli più genericamente dedicati a temi scottanti (che si vogliono,così facendo,raffreddare ) come il razzismo,la carcerazione,la condizione femminile o la (dis)condizione umana in generale. Questi spesso ridicoli 'noccioli narrativi ' finiscono per rappresentare agli occhi del regista,unicamente interessato alla pagnotta ovvio, l'unica cosa veramente importante di tutto il discorso,il fulcro narratologico verso cui far convergere le azioni precedenti e successive. Esempi che mi sovvengono al momento: lo stra lodato (??? ) American History X, dove tutto è in sostanzia espiazione e rimpianto per una .... (chi ha visto il film riempia i puntini mentalmente,chi non l'ha visto non dovrà sforzarsi troppo ) e a indottrinamento paternalistico sul 'amico,questo non si fa .... agisci così e ti salverai ' ; Dead Man Walking,insopportabile polpettone cristologico mascherato da ricerca sociale dove (appunto ) l'unico significato sta ancora una volta nel 'figliolo,arriverà il perdono se mi racconterai tutto ' e annessi,senza alcun reale interesse indagativo del fenomeno e delle sue ombre ; il pur buono 'Un Mondo Perfetto ' dove l'ennesima ricerca di redenzione del protagonista è contrappuntata a quella del ruvido deuteragonista,salvo poi mutarsi in un qualcosa di completamente diverso e innovativo.

A parte l'esempio,chiarificatore proprio perchè atipico,dell'accademico senza toga Eastwood, è chiaro come la retorica narrativa di certa hollywood commerciale porti,ripetuta e replicata com'è,alla paralisi progressiva di un film così costruito.

La 'lezione del centesimo minuto ' non può diagnosticata,non portare a un bel spensierato 'vaffanculo ' di stanca rassegnazione. Manca infatti di logica guardare un film la cui direzione narrativa è ineluttabilmente tracciata da un così rigido setaccio.

'The Life of David Gale ' non procede su una linea retta,ma attraversa e percorre una spezzata che non fa caso al tempo o al luogo a cui accosta,mettendo ogni piano narrativo sullo stello livello di autonomia e insieme complementarità allo scioglimento della storia. Lasciato da parte il linguaggio retorico di inutile denuncia,sorvola come è detto sul rigido canone di genere pur usandone tutti i topoi (la protagonista,prelevata da una routine tranquilla e tranquillizzante,è spedita in una 'dimensione altra ' ed estraniante con un compagno di avventure meno intelligente e quindi umiliabile;dapprima cinica e indifferente,si scopre gradatamente partecipe e insieme al suo interesse cresce anche l'alone di mistero ;ciò è simboleggiato quindi dall'uomo sconosciuto ' che non si capisce se intende intralciare l'innocente o aiutarla ;convinta della inutilità della missione affidatale,la protagonista scopre presto che dovrà rivedere molte sue idee [ecc... ] ) e punta il suo vero obiettivo più lontano,destinando a un personaggio nominalmente 'minore ' il compito di farlo intravedere: " Ciò che cerco è obiettività ". Che non significa positivismo,ma piuttosto naturalismo sincero,all ricerca di una veridicità senza maschere,il che tuttavia non implica l'assenza di sfoghi emozionali più o meno marcati
Questo film (e questonuovo,nascente 'cinema di denuncia ' è un grido sussurrato,un rombo sottotraccia per far tremare un grattacielo. Non si parla di 'pena capitale ' ma la sistematizza,adottando tutte gli angoli prospettici possibili. Sistematizzandola la fa diventare discorso e non la si muta in volantino propagandistico,la si trasferisce in fieri dall'alto delle piazze al basso dei muri di mattone,le si dà cinematograficamente sostanza,privandola dellla sua essenza di torbido ingrediente principale di un thriller luculliano e prolisso,e restituendola alla propria verità storico esistenziale di irrazionale problematica ingiustizia,di snodo chiave al cui interno si rivelano nude e crude le contraddizioni e le ambiguità più insanabili dell'esistere umano su questa terra.

Aulteriore sottolineatura del fatto che le domande più urgenti non necessitano di megafoni e che le risposte più fondamentali non si accontentano dell'accetta,giunge sorprendente la cifra interpretativa al ribasso di un cast discretamente 'top rated ': il principe della sovraesposizione Spacey (non ) si lascia andare a tranquilli volteggi manierati,come nello spirito di un uomo riempito solo di ferale attesa : la ex eroina del melodramma contemporaneo sposa una compostezza austera e fiera tuttavia,che ricorda da vicino i caratteri alla Zeta Jones o,volendo, del 'maschiaccio ' Jolie: la crudele e granitica Linney lascia finalmente traspirare dopo anni i suoi geni d'ambiguità sfuggente così somaticamente palesi nel suo sguardo di Catwoman postmoderna. Tre tonalità atipiche per una sinfonia non sconvolgente ma certo notevole,per un tentativo riuscito di rimodellamento di quello che (purtroppo nella società prima che nel cinema d'oltreoceano ha assunto ormai i connotati di macabro serbatoio di miti e storie.

Per un campo come quello degli archetipi mitici dove non se ne sente il bisogno,questo di cui parliamo è un modo (certo non eccelso ma lodevole ) di demisticare laddove unicamente è necessario:di fronte a un gruppo associato di uomini che decide in tutta coscienza di uccidere un altro uomo come suprema punizione.

Per questo THE LIFE OF DAVID GALE va rispettato,sia come testimonianza artistica di un modo razionale di pensare l'irrazionale,sia come tentativo cinematografico di sradicare la tradizione da fanghi troppo pericolosi.

E per chi non è ancora pienamente convinto di avere come obbligo morale quello di visionare questo film,pensi ancora soltanto che 'The Life ' è l'unico film degli ultimi trent'anni sulla pena di morte.
I film con la pena di morte non ci interessano e non dovrebbero interessare nessuno.

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sabato, 22 luglio 2006

Amor fou

Dont go changing, to try and please me
You never let me down before
Dont imagine youre too familiar
And I dont see you anymore
I wouldnt leave you in times of trouble
We never could have come this far
I took the good times, Ill take the bad times
Ill take you just the way you are

Dont go trying some new fashion
Dont change the color of your hair
You always have my unspoken passion
Although I might not seem to care

I dont want clever conversation
I never want to work that hard
I just want someone that I can talk to
I want you just the way you are.

I need to know that you will always be
The same old someone that I knew
What will it take till you believe in me
The way that I believe in you.

I said I love you and thats forever
And this I promise from the heart
I could not love you any better
I love you just the way you are.
Meeting On The Way
www.billyjoel.com
www.barrywhite.com
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mercoledì, 12 luglio 2006

CHIEDI ALLA POLVERE di JOHN FANTE

Non è facile,dopo mesi di allontanamento forzato,tornare di repentino peso nel mondo e nella testa di Arturo Bandini alias John Fante in persona. Già,perchè come accade con le persone che si perdono all'improvviso di vista e che altrettanto subitaneamente ritornano quasi fossero reduci  da mesi di morte apparente, uno si aspetta di trovare un volto,una voce,un atteggiamento,e tutto d'un tratto scopre che solo lui è rimasto fermo,il resto è cambiato.

Avevamo(avevo ) lasciato l'antieroe fantiano in preda a inguaribili e irrefrenabili sogni di gloria,aromatizzati da quel sapidissimo pizzico di arroganza incosciente che non guasta mai,in preda a una voglia di riscatto tutta giovanile e a una altrettanto imberbe ingenuità. Ci si riferisce qui naturalmente alle vicende narrate ne La strada per Los Angeles  ,vero antecedente del romanzo in questione,sebbene scritto molto prima e pubblicato molto dopo( mentre Aspetta primavera Bandini rappresenta una sorta di prequel ad entrambi,nonchè un precoce tentativo fantiano di separarsi da quella "prima persona " che tanti rifiuti aveva causato ) e alla grossolana spavalderia che ne coloriva il protagonista. A Los Angeles Arturo/John c'è finalmente arrivato e la sua vena iconoclasta sembra per il momento calmarsi e inaridirsi,mentre non viene certo meno la fiducia in un mondo che DEVE tributare al "più grande scrittore americano" ciò che si merita. Ed effettivamente da questo punto di vista le cose sembrano andare per il verso giusto. Ma ben presto lo stile ironico e dissacrante lascia il posto a un cinismo prima divertito,poi sempre più amaro,nella descrizione minuziosa e dolorante di un amore impossibile quanto sofferto,non voluto quanto cercato. L'occhio deformante e crudele di un Arturo troppo superiore agli altri per poter anche solo pensare di confrontarvisi,si addolcisce e incurva lentamente in una visione meno tagliente ma più profonda,meno distruttrice ma più (auto)distruttiva.Ciò implica anche una necessaria quanto indolore modifica stilistica:la rinuncia al comico iperbolico e straripante del primo libro,ma anche alla soffusa ingenuità fanciullesca del secondo,per approdare all'uso di un wit sporadico e pungente,ma mai pericoloso. Il pericolo sta nella storia,non c'è spazio per la grandeur del superbo.Il mirino non è più puntato su di un narratore fagocitante e sboccato,ma su un altro che impone ora la propria umile dignità ora la propria fragilità rassegnata,ora il proprio orgoglio o la propria disperazione,senza mai concedere troppo  spazio  quello che una volta si considerava il protagonista assoluto del palcoscenico. Le figure di Camilla Lopez e di Vera Rivkin si stagliano prepotenti all'orizzonte della storia,come due fari attorno a cui tutto muove. L'amore impossibile di Arturo e il suo sfogo possibile,la donna forte che non potendo superare se stessa si dissolve e la donna debole che non potendo essere altro da sè,svanisce così come è venuta,dopo un memorabile lampo di dostoevskiana  memoria. Un dramma sottile e subdolo che si consuma tra il grigiore delle città e il dorato del deserrto,tra le strette di un amore voluto e di uno spasimato,sulle note di una prosa secca e angosciosa come il cuore del protagonista,una volta "re del mondo " e ora alla fine(e solo per questo non è ingiusto,pur nella sua semplificità banalizzante,definire questo romanzo una "commedia ")solamente re di se stesso e delle sue passioni.

Meeting On The Way

it.wikipedia.org/wiki/John_Fante

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mercoledì, 12 luglio 2006

Addio Cappellaio Matto

SYD BARRETT (1946-2006)

SHINE ON CRAZY DIAMOND (Roger Waters,1975)

Remember when you were young
You shone like the sun
Shine on you crazy diamond
Now there's a look in your eyes
Like black holes in the sky
Shine on you crazy diamond
You were caught in the crossfire
Of childhood and stardom
Blown on the steel breeze
Come on you target for faraway laughter
Come on you stranger
You legend
You martyr
And shine
You reached for the secret too soon
You cried for the moon
Shine on you crazy diamond
Threatened by shadows at night
And exposed in the light
Shine on you crazy diamond
Well, you wore out your welcome
With random percision
Rode on the steel breeze
Come on you raver
You seer of visions
Come on you painter
You piper
You prisoner
And shine
Nobody knows where you are
How near or how far
Shine on you crazy diamond
Pile on many more years
And I'll be joining you there
Shine on you crazy diamond
And we'll bask in the shadow
Of yesterday's triumph
Sail on the steel breeze
Come on you boy child
You winner and loser
Come on you miner for truth and delusion
And shine

Meeting On The Way

it.wikipedia.org/wiki/Syd_Barrett

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lunedì, 10 luglio 2006

CAMPIONI DEL MONDO 2006

NINO NON AVER PAURA

LA LEVA CALCISTICA DELLA CLASSE '68 (Francesco De Gregori,1983)

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione,
sole che batte sul campo di pallone e terra
e polvere che tira vento e poi magari piove.
Nino cammina che sembra un uomo,
con le scarpette di gomma dura,
dodici anni e il cuore pieno di paura.
Ma Nino non aver paura a sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia.
E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai di giocatori
che non hanno vinto mai
ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
e adesso ridono dentro a un bar,
e sono innamorati da dieci anni
con una donna che non hanno amato mai.
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai.
Nino capì fin dal primo momento,
l'allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell'area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare.
Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia.
Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette.

Meeting On The Way

www.corriere.it

http://fifaworldcup.yahoo.com

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sabato, 08 luglio 2006

10 Canzoni per una vita

Ridiamo piangiamo siamo contenti tristi stralunati o rigorosi non importa:vorremmo sempre avere un accompagnamento musicale a portata di dito che ci faccia sentire in sintonia col particolare momento che attraversiamo. Ecco le mie personali scelte,in corrispondenza di dieci significativi stati d'animo o situazioni quotidiane.

Con gli occhi appesantiti dal sonno,balzarono in piedi sicure e fulminee

SOMEWHERE OVER THE RAINBOW (tradizionale)

 

Somewhere over the rainbow
Way up high,
There's a land that I heard of
Once in a lullaby.

Somewhere over the rainbow
Skies are blue,
And the dreams that you dare to dream
Really do come true.

Someday I'll wish upon a star
And wake up where the clouds are far
Behind me.
Where troubles melt like lemon drops
Away above the chimney tops
That's where you'll find me.

Somewhere over the rainbow
Bluebirds fly.
Birds fly over the rainbow.
Why then, oh why can't I?

If happy little bluebirds fly
Beyond the rainbow
Why, oh why can't I?

Bad (&) Breakfast

ALAN'S  PSYCHEDELIC BREAKFAST (Roger Waters,1970 )

Breakfast in Los Angeles (X3,in dissolvenza progressiva)

Macrobiotic stuff (idem)

vari rumori di fondo che identificano il luogo di svolgimento del pezzo come una cucina e il pezzo stesso come cronaca della colazione del povero Alan,stufo della "roba macrobiotica " e che sentiamo quindi ingozzarsi felicemente e senza freni prima di uscire di casa.

Meeting On The Way

http://www.reelclassics.com/Musicals/Wizoz/wizoz.htm

it.wikipedia.org/wiki/Pink_Floyd

postato da: seanma alle ore 19:45 | Permalink | commenti
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