
GIUGNO 2001- And The Moon be still as bright
Faceva così freddo quando misero piede per la prima volta fuori del razzo, che Spender cominciò a raccogliere gli aridi stecchi marziani e accese un focherello stento. Non parlò di festeggiare l'avvenimento; si limitò a raccogliere gli sterpi, ad appiccarvi il fuoco e a vederlo ardere.
Nel bagliore che illuminava l'aria sottile di quel mare prosciugato di Marte, l'uomo si volse a guardare di sulla spalla e vide il razzo che li aveva portati fin là tutti quanti, il comandante, capitano Wilder, Cheroke, Hathaway, Sam Parkhill e lui, attraverso i silenti e tenebrosi spazi stellati, a sbarcare su quel pianeta morto e sognante.
Jeff Spender attese il baccano. Guardò gli altri uomini e attese che si mettessero a ballare e a urlare di gioia. Ciò sarebbe accaduto appena lo stordimento di essere i "primi" uomini scesi su Marte si fosse dissipato. Nessuno diceva nulla, ma erano in molti a sperare che l'altra spedizione, forse, si fosse perduta e questa, la Quarta, fosse la spedizione per eccellenza, quella che aveva avuto ragione di Marte. Non volevano il male di nessuno, con questo. Ma se ne stavano là a
pensarci, a pensare agli onori e alla gloria, mentre i loro polmoni si assuefacevano alla esilità dell'atmosfera, che quasi ti ubriacava, se ti muovevi troppo.
Gibbs si avvicinò al focherello appena acceso e disse:
"Perché non usiamo il fuoco chimico della nave, invece di questi sterpi?"
"Non importa" disse Spender, senza alzare gli occhi su di lui.
Non sarebbe stato giusto, quella prima notte su Marte, fare troppo baccano, introdurre un oggetto strano, luminoso e sciocco come una macchina termica. Sarebbe stata una specie di bestemmia importata. Ci sarebbe stato tempo poi, per quel genere di cose; tempo di gettare i barattoli vuoti di latte condensato nei nobili canali di Marte; tempo di vedere vecchie copie del "New York Times" svolazzare, rotolando, frusciando, sulle desolate distese grigie degli antichi fondi marini; tempo per le bucce di banana e le carte unte delle merende all'aperto fra le delicate rovine delle antichissime città delle valli di Marte. Molto tempo per tutte queste cose. E un lieve brivido interiore lo scosse al pensiero.
Attizzò il fuoco con la mano, e fu come un'offerta a un gigante defunto.
Erano scesi su di un'immensa tomba. Qui una civiltà s'era spenta. Era semplice rispetto che la prima notte passasse nella
pace e nel silenzio.
"Non è questa l'idea che io mi sono fatta d'una festa" disse Gibbs al capitano Wilder. "Io avevo creduto, comandante, che si distribuissero razioni speciali di gin e di viveri e si facesse un po' di chiasso e si stesse allegri."
Il capitano Wilder guardò in distanza una città morta, lontana un miglio.
"Siamo tutti stanchissimi" disse a bassa voce, remota, come se la sua attenzione fosse tutta concentrata su quei ruderi, e i suoi uomini non contassero più. "Domani sera, forse. Per questa sera, ringraziamo Dio che ci sia stato possibile varcare tutti quegli spazi vuoti senza che una meteora venisse a sfondarci i fianchi del razzo o che qualcuno dei nostri morisse."
Gli uomini si sparsero intorno. Erano venti, che si tenevano col braccio sulla spalla del vicino o si stringevano le cinture intorno ai fianchi. Spender li osservava. Non erano contenti. Avevano rischiato la vita per fare una grande cosa. E ora volevano urlare di gioia, brilli, sparare fucilate in aria, per mostrare quanto fossero stati bravi a fare un simile volo nello spazio cosmico, portando un razzo fin su Marte.
Ma nessuno urlava.
Il comandante impartì un ordine a bassa voce. Un uomo corse a bordo e ne portò fuori dei barattoli di carne, che furono aperti e distribuiti senza troppo baccano. Gli uomini avevano cominciato a chiacchierare ora. Il capitano sedette a rievocare il viaggio ai suoi uomini.
Sebbene tutti lo sapessero quanto lui, come si fosse svolto il viaggio, pure era bello sentirne parlare, come di qualcosa fatta e messa previdentemente da parte. Non volevano parlare del viaggio di ritorno, per il momento. Qualcuno che vi aveva accennato, si sentì imporre rudemente il silenzio. I cucchiai si muovevano al chiaro delle due lune; il cibo aveva un buon sapore e il vino era ancora meglio.
Si accese improvvisamente una fiamma nel cielo e un istante dopo il razzo ausiliario atterrava a breve distanza dall'accampamento. Spender appuntò gli sguardi sullo sportello del minuscolo razzo ricognitore che si apriva per lasciare uscire Hathaway, il medico geologo - erano tutti uomini dalla duplice specialità, per risparmiare lo spazio a bordo - il quale si avanzò verso il capitano.
"Ebbene?" domandò Wilder.
Hathaway volse il capo verso le città lontane che scintillavano alla luce delle stelle. Dopo aver inghiottito, guardò meglio e disse: "Quella città, comandante, è morta e lo è da parecchie migliaia di anni. Come sono morte da molti millenni le tre città laggiù fra le colline. Ma la quinta città, duecento miglia lontana, comandante..." "Ebbene?"
"C'erano ancora degli abitanti in vita una settimana fa, capitano Wilder."
Spender balzò in piedi.
"Marziani" disse Hathaway. "E dove sono ora?"
"Morti" disse Hathaway. "Sono entrato in una casa, lungo una strada. Credevo che quella casa, come le altre case e città marziane, fosse morta da secoli. Mio Dio, c'erano dei corpi, là. Era come camminare fra mucchi di foglie morte. Come tra bastoni e pezzi di giornali bruciati, ecco tutto. E FRESCHI. Erano rimasti all'aria, morti, da una diecina di giorni."
"Ha esplorato anche altre città? Non ha visto nulla di VIVO?"
"Nulla assolutamente. E allora sono andato a esplorare le altre città. Quattro o cinque erano deserte da migliaia di anni. Che cosa possa essere accaduto agli abitanti originari, non ne ho la minima idea. Ma la quinta città conteneva sempre le stesse cose. Corpi. Migliaia di corpi."
"Di che cosa possono essere morti?" E Spender fece qualche passo avanti.
"Non ci crederesti."
"Che cosa li ha uccisi?" Semplicemente, Hathaway disse: "Morbillo."
"Gran Dio, no!"
"Sì. Ho voluto controllare scientificamente. Morbillo. Ha sui marziani effetti che non ha mai avuto sui terrestri. Il loro metabolismo reagisce in modo diverso, suppongo. Li ha come carbonizzati, riducendoli in scaglie essiccate, crepitanti. Ma è sempre morbillo. Così che York, Williams e Black devono essere pervenuti fin su Marte, tutt'e tre le spedizioni hanno potuto toccare il pianeta, anche se non siamo in grado di sapere che fine abbiano fatto quegli uomini. Ma sappiamo, ad ogni modo, quello che, senza volere, essi hanno fatto ai marziani."
"Non ha visto altra vita?"
"Ci sono delle probabilità che alcuni marziani, se erano intelligenti come abbiamo sempre creduto che fossero, siano fuggiti sulle montagne. Ma non credo che ne siano rimasti abbastanza, ci scommetto la testa, da rappresentare per noi un eventuale problema indigeno. Questo pianeta è finito."
Spender tornò a sedere accanto al suo focherello, a guardare fissamente le fiamme. Morbillo, in nome di Dio, morbillo! Chi avrebbe mai immaginato una cosa simile? Una razza si evolve per un milione di anni, si raffina e s'incivilisce, erge città come quelle, fa tutto quello che può per darsi rispetto e bellezza, e infine muore. Parte di essa muore lentamente, nel suo tempo, prima della nostra èra, con dignità. Ma il resto! Il resto dei marziani muore forse d'un morbo dal nome nobile, o terrificante, o maestoso? No, in nome di tutto ciò che è santo, è di morbillo che muore, d'una malattia dei bambini, una malattia che nemmeno uccide i bimbi della Terra! Non è giusto, non è bello. E' come dire che i Greci si spensero di tonsillite o i superbi romani dell'antichità morirono sui loro sette magnifici colli uccisi dalla rogna! Se almeno avessimo dato ai marziani il tempo di provvedere alle loro vesti di morte, ai loro mantelli funebri, di comporsi dignitosamente per l'eterno sonno, di escogitare qualche ALTRA SCUSA per la loro morte. Non può essere stata una malattia sciocca e volgare come il morbillo; non si adatta al quadro dell'insieme, non rientra nell'architettura di tutto questo pianeta. "Bene, Hathaway, vada a mangiare un boccone, ora."
"Grazie, comandante."
E tutto fu dimenticato così. Gli uomini parlavano fra loro delle solite cose
Spender non toglieva loro gli occhi di dosso. Si era dimenticato del cibo che aveva sul piatto tra le mani. Sentiva il terreno farsi più freddo, gli sembrava che le stelle si facessero più vicine, più limpide e scintillanti.
Quando qualcuno parlava con voce troppo forte, il comandante rispondeva in tono sommesso da indurre tutti a parlare, per imitazione, come in chiesa.
L'aria aveva un buon odore intatto e pulito. Spender rimase lungamente seduto là, a godere il modo ond'era fatta. C'era un monte di cose, in quell'aria, che Spender non riusciva a distinguere con chiarezza: fiori, sostanze chimiche, polveri diverse, brezze.
"Poi ci fu quella volta a New York, quando andai con quella bionda, come si chiamava?... "Ginnie!" gridò Biggs. "Ecco!"
Spender strinse i pugni, le mani tremanti. I suoi occhi si mossero sotto le palpebre socchiuse.
"E Ginnie mi disse..." continuò a gridare Biggs.
Gli uomini scoppiarono in una risata tonante.
"Ecco perché le detti quella sculacciata straordinaria" urlò Biggs, brandendo una bottiglia.
Spender depose il piatto sulla sabbia. Porse l'orecchie al sussurro freddo del vento. Guardò il ghiaccio dei bianchi edifici marziani, in lontananza, in fondo alle deserte terre marine.
"Che donna, ragazzi, che donna!" Biggs vuotò il resto della bottiglia nella sua bocca capace. "Di tutte le donne che ho mai avuto!..." L'odore del corpo sudato di Biggs era nell'aria. Spender lasciò morire il fuoco. "Ehi, riattizzalo un po', quel focherello, Spender!" disse Biggs, guardandolo per un istante, prima di tornare alla sua bottiglia.
"Insomma, una sera io e Ginnie..."
Un uomo chiamato Schoenke trasse di tasca l'armonica e si mise a ballare una specie di giga, scalciando, tra nuvolette di polvere. "Ahooo! son vivo e verde!" gridò.
"Jeeee-hip!" urlarono in coro gli altri. Buttarono per terra i piatti vuoti. Tre si misero in fila, alzando all'unisono una gamba, come girls, vociando facezie e sberleffi. Gli altri, battendo le mani ritmicamente, urlarono chiedendo che si facesse qualcosa di divertente. Cheroke si tolse la camicia e mostrò il petto nudo, sudando a più non posso, mentre roteava su se stesso. Il chiaro di luna pioveva sulla sua testa rapata, sulle sue giovani guance imberbi. Sul fondo dell'antico mare il vento passava sommovendo lievi vapori, e dalle montagne grandi volti di pietra fissavano attoniti il razzo d'argento, il focherello acceso.
Il fracasso aumentava, altri uomini continuavano ad aggiungersi a quelli che ballavano e si esibivano, altri suonavano arie stridule soffiando sui denti di un pettine coperto di carta velina. Altre venti bottiglie furono stappate e vuotate. Biggs ormai si muoveva barcollando, mentre si sbracciava per dirigere i ballerini.
"Venga anche lei, comandante" gridò Cheroke al capitano Wilder, intonando una canzone gemebonda.
Il capitano dovette unirsi alla danza. Non ne aveva certo voglia. La sua faccia era solenne. Spender lo osservò, pensando: Pover'uomo anche tu, che notte è mai questa! Non sanno quello che stanno facendo. Si sarebbe dovuto studiare un piano di ambientazione prima di venire su Marte, un piano per insegnare agli uomini come comportarsi, andare in giro e non fare sciocchezze, almeno per i primi giorni!
"Ecco, basta ora" pregò il capitano. Uscì dal cerchio e sedette per terra, dicendosi sfinito. Spender guardò il petto del suo comandante: ansava rapido; ma la faccia non era sudata.
Ocarine, armoniche, vino, urla, balli, lamenti, giritondi, batter di padelle, risate.
Biggs si diresse a zig zag verso la riva del canale marziano. Portava sei bottiglie vuote e le lasciò cadere a una a una nelle profonde acque azzurre del canale. Le bottiglie emettevano dei suoni cavi, vuoti, gorgoglianti, nello sprofondare in quelle acque.
"Io ti battezzo, io ti battezzo, io ti battezzo..." diceva Biggs con la lingua grossa. "Io ti battezzo Biggs, Canale Biggs..."
Spender balzò in piedi, scavalcò il fuoco, e si mise a correre veloce fino a Biggs, prima che gli altri avessero il tempo di muoversi. Sferrò a Biggs un pugno sui denti e un altro sull'orecchio. Biggs dette di balta e andò a finire a capofitto nelle acque del canale. Dopo il tonfo, Spender attese in silenzio che Biggs tornasse arrampicandosi faticosamente sull'argine di pietra. Intanto gli altri erano sopraggiunti a trattenere Spender.
"Ehi, Spender, che diavolo ti prende, eh?" dicevano.
Biggs si arrampicò fin là e ristette, tutto grondante. Vide gli uomini che trattenevano Spender.
"Ah, sì, eh?" disse e fece l'atto di venire avanti.
"Basta così" disse il comandante con uno scoppio di voce. Gli uomini si allontanarono da Spender. Biggs si fermò e guardò il capitano. "Bene, Biggs, ora corri a metterti dei panni asciutti. Voi altri, ragazzi, riprendete la vostra festicciola. Spender, venga con me."
Gli uomini ripresero la loro festa. Wilder si allontanò un poco e infine si fermò e guardò Spender nel bianco degli occhi.
"E se lei mi spiegasse il motivo di quanto è successo?" volle sapere. Spender girò il capo verso il canale.
"Non lo so" rispose. "E' stato un sentimento di vergogna che ho avuto. Vergogna di Biggs, di tutti noi, di tutto quel baccano. Gesù, che spettacolo disgustoso."
"E' stato un lungo viaggio, il nostro. Anche loro hanno diritto a un po' di svago."
"Ma non hanno un po' di rispetto, comandante? Non hanno il senso di ciò che è buono e di ciò che non lo è?"
"Lei è stanco, Spender, e vede le cose da un punto di vista diverso. Lei ha una multa di cinquanta dollari da pagare."
"Sì, comandante. Ma, vede, è stata l'idea che loro ci vedessero fare tanto i pagliacci."
"Loro?"
"I marziani, morti o vivi che siano."
"Morti, morti sono" disse il capitano Wilder. "Crede che sappiano che noi siamo qui?"
"Una cosa antica non sa sempre quando ne arriva una nuova?"
"Direi di sì. Parrebbe che lei creda negli spiriti, Spender."
"Io credo nelle cose che sono state fatte, e abbiamo la prova che molte cose sono state fatte su Marte. Ci sono strade e case, e ci sono libri, immagino, e grandi canali e orologi e stalle per tenervi, se non proprio cavalli, ebbene, qualche animale domestico, magari con dodici zampe, chi sa? Ovunque io guardi, vedo cose che furono in uso. Che furono toccate, manipolate per secoli.
"Quando allora mi domanda se io credo nello spirito delle cose che sono state usate, io le rispondo che sì, ci credo. Sono tutte qui, intorno a noi, le cose che sono state usate. Tutte le montagne che hanno avuto un nome. E noi non potremo mai usarle senza patire una sensazione di disagio. E in certo qual modo queste montagne non ci sembreranno mai del tutto a posto; perché avremo dato loro nomi nuovi, mentre i vecchi rimangono, sussistono in qualche regione del tempo, e le montagne furono foggiate e viste sotto quel nome. I nomi che noi daremo ai canali, alle montagne, alle città cadranno come acqua sulla schiena di un'anitra. Per quanto profondamente noi si possa toccare Marte, non riusciremo mai a toccarlo veramente. E allora ci infurieremo contro di lui, e vuol sapere che cosa faremo, comandante? lo strazieremo, gli strapperemo la pelle, lo cambieremo per adattarlo alle nostre esigenze."
"Non riusciremo a rovinare Marte" disse il capitano. "E' troppo grande e troppo meraviglioso."
"Lei dice che non riusciremo? Noi terrestri abbiamo il genio di rovinare tutte le cose grandi e belle. La sola ragione per cui non abbiamo messo delle bancarelle di salsicciotti caldi in mezzo all'antico tempio egizio di Karnak è perché si trova troppo fuori mano e commercialmente non serve a nulla. E l'Egitto è una piccola parte della Terra. Ma qui, questo intero pianeta è così antico e diverso, e noi dobbiamo pure sistemarci in qualche suo angolo e cominciare a contaminarlo. Chiameremo un canale Canale Rockefeller e una montagna King George Mountain e il mare interno Mare Dupont e ci saranno città chiamate Roosevelt, Lincoln, Coolidge, cosa che non sarà mai giusta, quando ognuno di questi luoghi ha già il suo nome."
"Sarà suo dovere, come archeologo, scoprire gli antichi nomi, che noi useremo."
"Un pugno d'uomini come noi contro l'insieme formidabile degli interessi commerciali costituiti?" dubitò Spender, gli occhi perduti sulle lontane montagne di ferro. "Loro sanno che noi siamo qui, sul loro pianeta, stanotte, a sputare nel loro vino, e non dubito che ci detestino.
Il capitano scosse il capo.
"Non c'è odio su questa terra.- Porse l'orecchio al vento.
"Dall'aspetto delle loro città, dovevano essere una razza gentile, bella, ricca di pensiero. Una razza che sapeva accettare la sorte avversa. Hanno accettato la morte della loro specie, questo almeno sappiamo, senza nemmeno una guerra all'ultimo momento di frustrazione che distruggesse le loro città. Ogni città che abbiamo visto finora era immancabilmente intatta. Con tutta probabilità non risentono la nostra presenza qui più di quanto non si risenta il fatto che i bambini giocano sui prati, conoscendo bene i bambini per quello che sono. E poi chi ci dice che l'esperienza marziana non ci cambierà in meglio?
"Si è accorto della particolare tranquillità degli uomini, Spender, fino al momento in cui Biggs li ha costretti a stare allegri? Avevano uno strano aspetto d'umiltà spaventata. Se si pensa a tutto questo, ci si accorge che non siamo poi così sciagurati e scatenati; siamo ragazzini in pagliaccetto, e giochiamo schiamazzando coi nostri razzi e i nostri atomi, ragazzini che fanno baccano per eccesso di vitalità. Ma un giorno la Terra sarà ciò che Marte è oggi. E questo ci renderà più savi e più riservati. Impareremo da Marte. E ora su con la vita, Spender. Torniamo con gli altri e giochiamo a essere contenti. Quella multa di cinquanta dollari è sempre valida."
La festa non procedeva troppo bene. Il vento continuava a soffiare dal mare morto. S'attorceva intorno agli uomini, s'avvinghiava al capitano Wilder e a Jeff Spender, che stavano tornando presso gli altri. Il vento si attaccava alla polvere, dava strattoni al razzo scintillante, strappava via le note dell'ocarina, e la polvere s'andava a cacciare nell'armonica, che accompagnava l'ocarina. La polvere entrava loro negli occhi e il vento traeva una lunga nota lamentosa e armoniosa nell'aria. Poi, così bruscamente com'era venuto, il vento si spense. Ma la festa ormai era morta.
Gli uomini stavano ritti sullo sfondo nero e freddo del cielo.
"Forza, ragazzi, allegria!" Biggs balzò giù dal razzo in un'altra uniforme, senza guardare Spender una sola volta. La sua voce era come quella di un uomo che chiami in un vasto auditorium deserto. Biggs era solo.
"Avanti!"
Nessuno si mosse.
"Forza, Whitie, con la tua ocarina!"
Whitie tentò una nota, che suonò buffa e fuori registro. Whitie, allora, batté lo strumento per farne uscire la saliva e se lo mise in tasca.
"Ma che razza di festa è questa?" protestò Biggs.
Qualcuno dette una strizzata alla fisarmonica, che emise un rantolo d'animale in agonia. E questo fu tutto.
"E va bene, io e la mia bottiglia ci divertiremo lo stesso per conto nostro."
Biggs si accoccolò presso il razzo, bevendo a garganella da una fiasca di vino.
Spender lo osservava. Rimase così, immobile, per molto tempo. Quindi le sue dita si arrampicarono lungo la gamba tremante su, su, fino alla custodia della pistola, impercettibilmente, a palparne il cuoio. "Tutti coloro che lo desiderano possono venire con me nella città" annunciò il comandante. "Porremo un uomo di guardia al razzo, per qualsiasi evenienza, e partiremo armati."
Gli uomini si contarono a vicenda. Quattordici erano disposti ad andare, compreso Biggs, che ridendo si mise fra i pionieri, la fiasca nella destra; sei vollero rimanere.
"Signori, si parte!" urlò Biggs.
Il gruppo si mosse nel chiaro di luna, in silenzio. Si diressero verso il margine esterno della sognante città morta nella luce delle trascorrenti lune gemelle. Le loro ombre, sotto di loro, erano ombre duplici. Non respiravano, o così pareva, e ciò durò per parecchi minuti. Aspettavano di veder muoversi qualcosa nella città morta, una forma grigia sorgere, qualche antica ombra ancestrale giungere al galoppo sul vacuo fondo marino, su di un antico destriero corazzato dall'impossibile ascendenza, dalla specie incredibile.
Spender colmava le strade dei suoi sguardi e dei suoi pensieri. Gli uomini si muovevano come 1uci dai vapori violetti sulle vie selciate e si udivano lievi mormorii, improvvisi fruscii, al brusco apparire di strani animaletti che correvano via tra le sabbie rosso-bige. A ogni finestra era data una persona che vi si affacciava a sventolar la mano lentamente, come di sotto un'acqua senza tempo, a qualche forma semovente nelle insondabili profondità dello spazio sotto le torri inargentate di luna. Della musica echeggiava in più intimo orecchio, e Spender s'immaginò la forma degli strumenti capaci di evocare tali musiche. Quella terra era popolata di fantasmi.
"Ehi!" gridò Biggs, levandosi alto, le mani a portavoce intorno alla bocca. "Ehi, c'è gente in questa città? Ehi, di bottega!"
"Biggs!" disse il capitano.
Biggs si quietò. Proseguirono il cammino per un viale selciato.
Stavano tutti parlando a sussurri, ora, perché era come mettere piede in una vasta biblioteca aperta a tutti, o in un mausoleo, ove abitasse il vento e su cui le stelle scintillavano. Il capitano parlò in tono pacato. Si domandò dove l'intera popolazione fosse andata, e che specie di creature fossero state, e chi fossero stati i loro re e come fossero morte. E si chiese, sempre a voce pacata, come i marziani avessero costruito quella città, che durasse nei millenni, e se fossero mai venuti sulla Terra. Erano forse antenati dei terrestri emigrati diecimila anni fa su Marte? E avevano amato e odiato gli stessi amori e gli stessi odi e fatto le stesse futili cose, quando bisognava fare cose futili?
Nessuno si mosse. Le lune sembravano tenerli là, inchiodati, raggelati; il vento li sfiorava discreto.
"Lord Byron" disse Jeff Spender.
"Lord chi?" Il capitano si volse a guardarlo.
"Lord Byron, un poeta del Diciannovesimo secolo. Scrisse dei versi, moltissimo tempo fa, che si intonano a questa città e a quello che i marziani devono sentire, ammesso che ve ne sia rimasto ancora qualcuno capace di sentire. Potrebbero essere stati composti dall'ultimo poeta marziano."
Gli uomini continuavano a rimanere immobili, le loro ombre sotto di loro.
Il capitano domandò: "Come sono questi versi, Spender?".
Spender si mosse, tese la mano in avanti, come per ricordare, torse per un istante gli occhi; e infine, ricordando, la sua voce dolce e quieta recitò le parole; e gli uomini ascoltavano ora tutto quello che lui diceva:
"So we'll go no more a-roving
So lafe into the night,
Though the heart be still as loving,
And the moon be still as bright."
(Più non andremo vagando - Tardi così nella notte, - Anche se il cuore sia amante, - E la luna luminosa.)
La città era grigia, alta, immota. Le facce degli uomini erano volte verso la luce.
"For the sword outwears its sheath,
And the soul wears out the breast,
And the heart must pause to breathe,
And love itself must rest.
Though the night was made for loving,
And the day returns too soon,
Yet we'll go no more a-roving
By the light of the moon."
(Perché la spada consuma il fodero, - E l'anima il petto, - E il cuore deve acquietarsi per riprender lena, - E lo stesso amore ha bisogno di riposo, - Anche se la notte fu fatta per amare, - E il giorno torna troppo presto - Più non andremo vagando - Alla luce della luna.)
Senza una parola gli uomini venuti dalla Terra ristavano nel centro della città. La notte era così limpida. Non s'udiva altro suono del respiro del vento. Ai loro piedi si stendeva una corte a piastrelle, lavorate secondo le forme di antichi animali e persone. Essi guardavano le piastrelle.
Biggs fece un rumore come di vomito nella strozza. Aveva gli occhi velati. Si portò le mani alla bocca; soffocando, chiuse gli occhi, si chinò e un denso fiotto liquido gli colmò la bocca, ne zampillò fuori, si rovesciò con uno scroscio sulle piastrelle, ricoprendo i disegni. Biggs ripeté questo due volte. Un acuto fetore vinoso riempì l'aria fresca. Nessuno si mosse per aiutare Biggs, che continuò a vomitare.
Spender stette a guardare per un istante, poi si volse e si allontanò per le vie della città, solo nel chiaro di luna. Non una sola volta si fermò per volgersi a guardare gli uomini raccolti laggiù.
Si coricarono alle quattro del mattino. Erano distesi su coperte militari e chiusi gli occhi respiravano la fredda aria silente. Il capitano Wilder rimase seduto, a gettare ogni tanto piccoli sterpi ben secchi nel fuoco.
McClure aprì gli occhi due ore dopo.
"Non dorme, comandante?"
"Sto aspettando Spender." E il comandante ebbe un sorriso fioco. McClure rifletté, prima di dire:
"Sa, comandante?, secondo me, non lo vedremo tornare più. Non saprei dirle da dove mi viene questa certezza, ma è così che sento nei riguardi di quell'uomo. Comandante, vedrà, non tornerà più, Spender." McClure si rivoltò nel sonno. Il fuoco scoppiettando si spense.
Spender non fece ritorno per tutta la settimana successiva. Il comandante mandò delle spedizioni di ricerca, che, tutte, tornarono dicendo che non riuscivano a immaginare dove Spender si fosse potuto cacciare. Sarebbe ritornato quando ne avesse avuto voglia. Era uno scocciatore nato, dissero. Che andasse al diavolo!
Il comandante non rispose nulla, ma scrisse tutto ciò sul suo giornale di bordo...
Era un mattino che poteva essere lunedì, o giovedì, o qualunque altro giorno su Marte. Biggs era seduto sul bordo del canale; i suoi piedi scendevano fin dentro l'acqua fredda, a impregnarsene, mentre la faccia si prendeva in pieno tutta la forza del sole.
Un uomo venne camminando lungo la riva del canale; la sua ombra cadde su Biggs, che si volse a guardarlo.
"Oh, che mi venga un accidente!" disse Biggs.
"Io sono l'ultimo marziano" disse l'uomo, traendo una rivoltella.
"Che hai detto?" domandò Biggs.
"Devo ammazzarti."
"Eh piantala, Spender! Credi che siano molto spiritosi i tuoi scherzi?"
"Alzati in piedi, così prendi il colpo in pieno stomaco.
"Per l'amor di Dio, metti via quella rivoltella!"
Spender tirò il grilletto una sola volta. Biggs rimase seduto sull'orlo del canale per un momento, prima di chinarsi in avanti e cadere nell'acqua. La rivoltella aveva fatto solo poco più d'un ronzìo soffocato. Il corpo andò lento alla deriva, sul filo della pigra corrente del canale. Aveva emesso un suono gorgogliante, cavo, ch'era cessato quasi subito.
Spender ripose la rivoltella nell'astuccio e si allontanò senza far rumore. Il sole splendeva alto su Marte. Spender se ne sentiva le mani bruciate, sentiva l'ardore scivolargli sui lati della faccia tesa. Non si mise a correre; camminava come se tutto quello che vedeva fosse nuovo, meno la luce del sole. Arrivò così al razzo, e alcuni uomini dell'equipaggio stavano consumando una colazione appena cucinata, sotto un riparo costruito dal cuoco.
"Oh, ecco il solitario" disse qualcuno.
"Ciao, Spender! E' un pezzo che non ti si vede!"
I quattro uomini seduti a tavola guardarono l'uomo silenzioso, che li stava fissando in risposta.
"Te e i tuoi maledetti ruderi!" rise il cuoco, rimescolando una brodaglia nera in una pentola. "Sei come un cane in un deposito di ossa!"
"Forse" disse Spender "ho scoperto parecchie cose. Che cosa direste, se vi raccontassi di avere visto un marziano aggirarsi intorno a me?" I quattro uomini deposero le forchette.
"Sì? E dove?"
"Non ci pensate. Lasciate piuttosto che vi faccia una domanda. Che cosa fareste se foste marziani e un popolo straniero venisse nella vostra terra e cominciasse a straziarla?"
"So esattamente che cosa farei" disse Cheroke. "Ho del sangue cherokee nelle vene. Mio nonno mi ha raccontato molte cose del territorio dell'Oklahoma, quand'ero bambino. Se c'è un marziano da queste parti, sono con lui!"
"E voi altri, ragazzi?" domandò Spender, cauto.
Nessuno rispose; il loro silenzio era abbastanza eloquente.
"Bene" disse Spender. "Io ho trovato un marziano." Gli uomini lo guardarono strabuzzando gli occhi.
"Lassù, in una città morta. Non avrei mai creduto possibile d'incontrarlo. Né avevo la minima intenzione di scovarlo. Non so che cosa stesse facendo là. Vivacchiavo da una settimana in un paesino del fondovalle, imparando a leggere gli antichi libri e ammirando le loro antichissime forme d'arte. E un giorno, improvvisamente, ho visto questo marziano. M'è rimasto davanti per un attimo e poi è fuggito. Per un giorno intero, non s'è più fatto vedere. Io stavo seduto ora davanti a un cimelio, ora davanti a una roccia, imparando a decifrare gli antichi caratteri, quando il marziano è ritornato, e ogni volta mi si avvicinava un po' di più, finché, il giorno in cui finalmente avevo decifrato l'intero alfabeto (è straordinariamente semplice e ci sono, poi, dei simboli pittografici che ti vengono in aiuto), il marziano mi è venuto davanti e m'ha detto: "Dammi i tuoi stivali". Gli ho dato i miei stivali e lui allora ha detto: "Dammi la tua uniforme e tutto il resto del tuo corredo". L'ho accontentato, ma lui ha soggiunto: "Dammi la tua pistola". Gli ho consegnato anche quella, dopo di che ha detto: "Ora vieni con me e stai bene attento a quello che accade". E il marziano si è spinto fin qui, nell'accampamento, e si trova qui in questo stesso istante."
"Ma io non vedo nessun marziano" disse Cheroke.
"Mi dispiace per te."
Spender trasse la sua pistola, che ronzò dolcemente armoniosa. La prima pallottola colpì l'uomo a sinistra, la seconda e la terza gli uomini a destra e al centro della tavola. Il cuoco, volgendosi inorridito per fuggire via dal suo focherello, s'ebbe la quarta pallottola; e ricadde in mezzo al suo fuoco, dove giacque, tra le vesti in fiamme.
Il razzo si ergeva immobile nel sole. Tre uomini sedevano a colazione, le mani abbandonate sulla tavola, inanimate, col cibo che si faceva freddo davanti a loro. Cheroke, illeso, era rimasto seduto al suo posto, a guardare con incredula stupefazione Spender.
"Tu puoi venire con me" disse Spender.
Cheroke non disse nulla.
"Puoi essere solidale con me per questa cosa." E Spender rimase in attesa.
Cheroke finalmente fu in grado di spiccicar parola.
"Li hai ammazzati" disse, osando guardare i corpi che aveva intorno. "Se lo meritavano."
"Ma tu sei pazzo!"
"Forse, lo sono. Tu comunque puoi stare con me."
"Stare con te, per che cosa?" urlò Cheroke, il volto livido, gli occhi pieni di lagrime. "Su, muoviti, vattene via subito!"
La faccia di Spender s'indurì.
"Di tutti quanti, eri il solo che credevo avesse capito."
"Vattene subito!" urlò Cheroke, cercando la sua rivoltella. Spender sparò un'ultima volta, e Cheroke cessò di muoversi.
Ora Spender ebbe un pauroso ondeggiamento. Si portò la mano sulla faccia sudata. Lanciò un'occhiata al razzo e improvvisamente si mise a tremare dalla testa ai piedi. Sul suo volto, c'era l'espressione di un uomo che si desti da un'ipnosi, da un sogno. Sedette per un istante, per non cadere (la reazione fisica era stata violentissima), e ordinò al tremito di cessare.
"Smettila, smettila!" disse al proprio corpo. Ogni sua fibra tremava, fremeva. "Smettila!" Stritolò il corpo con la mente, lo schiacciò sotto il peso della sua volontà, fino al momento in cui ogni tremito ne fu spremuto via. Pose ora, pacato, le mani sulle ginocchia mute. Levatosi, si assicurò un grosso zaino sulle spalle con tranquilla speditezza. La mano gli aveva ricominciato a tremare, ma fu questione d'un solo istante, perché la sua volontà aveva ordinato di nuovo: "No!" con tutta la fermezza ond'era capace. E il tremito passò. Infine, con passo legato, si mise in cammino, verso le rosse e torride colline di quella landa, solo.
Il sole ardeva più lontano, su nel cielo. Un'ora dopo il comandante scese lungo la scaletta dal razzo, per mangiare un paio d'uova al prosciutto. Stava per dire, "Salute, ragazzi!" ai quattro uomini seduti a tavola, quando si fermò di colpo, sembrandogli di percepire un lieve sentore di polvere da sparo nell'aria. Vide il cuoco disteso per terra, col fuoco dell'accampamento sotto il corpo. I quattro seduti a tavola avevano davanti delle razioni ormai stantìe.
Pochi minuti dopo, Parkhill e due altri comparvero in cima alla scaletta e cominciarono a scendere. Si trovarono a metà discesa il capitano che sbarrava loro la strada, immobile, come affascinato da quegli uomini silenziosi e dal modo con cui sedevano a colazione. "Adunata" ordinò il comandante "adunata di tutti gli uomini. Voglio tutta la forza al completo."
Parkhill si lanciò correndo verso gli argini del canale.
Il capitano toccò Cheroke. Cheroke si girò placidamente e cadde dalla sedia. La luce del sole gli ardeva tra i capelli neri, spessi, lisci, sugli zigomi alti e sporgenti.
Gli uomini affluirono.
"Chi manca?"
"E' stato ancora Spender, comandante. Abbiamo trovato il cadavere di Biggs galleggiare sulla corrente del canale."
"Spender!"
Il capitano vide i colli sorgere nella luce del sole. E il sole mostrò i denti in un sogghigno.
"Spender maledetto!" disse il capitano con voce stanca. "Perché non è venuto a parlare con me?"
"Era a me che avrebbe dovuto cercar di parlare" gridò Parkhill, gli occhi fiammeggianti d'ira. "Gli avrei fatto saltar quelle sporche cervella che ha in testa, ecco quello che gli avrei fatto, per la morte!"
Wilder fé cenno a due dei suoi uomini:
"Andate a prendere delle zappe" disse.
Era faticoso scavare le fosse, sotto quel sole spietato. Un vento caldo veniva dalle lontananze del mare inaridito e alitava la polvere sui loro volti, mentre il capitano voltava le pagine della Bibbia. Quando il capitano chiuse il libro, qualcuno cominciò a calare molli ruscelli di sabbia sopra i corpi avvolti nei sudari.
Poi i superstiti tornarono verso il razzo, fecero scattare le parti automatiche dei loro fucili, si affardellarono la schiena di cassette di bombe a mano e si assicurarono che le pistole scorressero bene nelle fondine. A ognuno fu assegnato un dato settore delle alture. Il comandante li stimolò senza alzar la voce, o muovere le mani, che gli pendevano immobili lungo i fianchi.
"Andiamo" disse.
Spender scorse la polvere sottile sollevarsi in diversi punti della valle e capì che la spedizione di ricerca e inseguimento era pronta e già in marcia. Depose l'esile libro d'argento che era venuto leggendo, seduto a tutto suo agio su di un masso piatto e levigato. Le pagine di quel libro erano di puro argento, sottili come un velo, dipinte a mano, in nero e oro. Era un libro di filosofia antico d'almeno diecimila anni, che Spender aveva trovato in una delle ville in un paese sul fondovalle. Gli dispiacque ora doverlo deporre.
Per un certo tempo, s'era detto: E' tutto inutile. Meglio ch'io me ne stia qui seduto a leggere, aspettando che vengano ad ammazzarmi.
La prima reazione, in lui, al fatto di avere ucciso sei uomini quella mattina era stata innanzi tutto un periodo di stupore tenebroso, poi una profonda sensazione di nausea, e infine, ora, una pace strana. Ma anche quella pace accennava ad andarsene, perché, nel vedere le nuvolette di polvere sollevate dai piedi degli uomini che gli davano la caccia, un'onda di risentimento gli sommerse il cuore.
Bevve una lunga sorsata di freschissima acqua dalla borraccia. Poi si levò ritto, si stirò le braccia, sbadigliò e porse l'orecchio al prodigio di serenità ch'era la valle intorno. Che bello sarebbe stato, se, insieme con altri pochi che conosceva sulla Terra, avesse potuto ritrovarsi qui, passarvi tutta la vita, senza un grido o un'ambascia. Tenne il libro stretto in una mano, la pistola, pronta a sparare, nell'altra. Un ruscelletto dalla rapida corrente serpeggiava, sparso di bianchi ciottoli, là dove Spender si spogliò e scese in acqua, per una rapida abluzione. Fece ogni cosa con comodo, prima di rivestirsi e impugnare di nuovo l'arma.
Le detonazioni cominciarono verso le tre del pomeriggio. Ma ormai Spender era al sicuro bene in alto sulle colline. Gli uomini lo inseguirono attraverso tre paesini marziani di montagna. Sopra i paesi, sparse come ciottoli, si vedevano ville isolate, dove antiche famiglie avevano trovato un ruscello, un angolo verde, e posta una vasca d'acque perenni, una biblioteca e un cortile dalla fonte pulsante, ritmica. Spender dovette attendere mezz'ora, nuotando in una delle antiche vasche che le piogge stagionali avevano colmate, prima che i suoi inseguitori lo raggiungessero.
Degli scoppi lacerarono l'aria nell'istante in cui Spender lasciava la piccola villa. Le piastrelle che lastricavano il pavimento lanciarono spruzzi di schegge, detonarono. Spender si mise a correre, senza troppo affrettarsi, al riparo d'una serie di piccoli poggi, e poi si volse a un tratto e col suo primo colpo di pistola abbatté, stecchito, uno degli uomini che lo braccavano.
Ora avrebbero formato una rete, un circolo; Spender lo sapeva.
Avrebbero cominciato a girare in tondo, stringendolo sempre più da presso, fino a quando non lo avessero preso. Era strano che nessuno pensasse a servirsi delle bombe a mano. Il comandante Wilder poteva benissimo ordinare che si procedesse al tiro delle bombe a mano. Evidentemente, sono un tipo troppo prezioso per essere ridotto a pezzettini, si disse Spender. Ecco che cosa pensa il capitano. Vuole spacciarmi con un solo forellino in fronte. Che strano! Vuole che la mia morte sia una cosa pulita. Nessuna confusione, nessuna bassezza. E perché questo? Perché mi capisce. E poiché capisce, è disposto a rischiare la vita di tutti i suoi uomini migliori, pur di spacciarmi con un solo colpo in mezzo alla fronte. E' chiaro che è così.
Nove, dieci colpi esplosero in una raffica. Intorno a lui, fu tutta una raggiera di schegge rocciose. Spender rispose con una serie di colpi in rapida successione, lanciando ogni tanto un'occhiata al libro d'argento che aveva nella sinistra.
Il capitano avanzò correndo nella luce ardente del sole, con un fucile tra le mani. Spender lo seguì attraverso il mirino della sua arma, ma senza sparare. Spostò invece la mira e fece saltar via la parte superiore della roccia dietro cui stava rannicchiato Whitie; un urlo rabbioso gli giunse in risposta.
Bruscamente, il capitano si levò ritto. Agitava un fazzoletto bianco. Disse qualcosa ai suoi uomini e si pose a salire il tratto scosceso che lo divideva da Spender, dopo aver messo da parte il fucile. Spender rimase coricato dove stava, ma poi si levò a sua volta, la pistola in pugno.
Il comandante si spinse fin davanti a lui e sedette su un masso caldo di sole, senza guardare Spender per qualche istante.
Si frugò nel taschino del suo camiciotto d'astronauta. Le dita di Spender si strinsero ancora di più intorno alla pistola.
"Sigaretta?" offrì il capitano.
"Grazie." Spender ne prese una. "Fuoco?"
"Ho il mio accendino."
Trassero due o tre boccate in silenzio. "Fa caldo" disse il capitano. "Già."
"Comodo, quassù?"
"Comodissimo."
"Per quanto tempo ancora crede di poter resistere?"
"Fino all'ultimo dei suoi uomini."
"Perché non ci ha ammazzati tutti stamattina, quando ne aveva tutte le occasioni? Lo avrebbe potuto fare benissimo, sa?"
"Lo so. Ma sono stato colto dalla nausea. Quando si vuol fare una cosa con volontà quasi spasmodica, si finisce col mentire a se stessi. Lei dice che gli altri hanno tutti torto. Ebbene, subito dopo aver cominciato ad ammazzare gente, mi sono reso conto del fatto ch'erano soltanto dei poveri idioti e che non avrei dovuto ucciderli. Ma era troppo tardi. Non sono stato capace di continuare, tuttavia, e allora me ne sono venuto quassù, dove almeno avrei potuto mentire ancora a me stesso, per infuriarmi, e così poter ricominciare da capo."
"E ora è riuscito a infuriarsi di nuovo?"
"Non molto; ma a sufficienza."
Il comandante guardò la punta della sua sigaretta:
"Perché ha ucciso?"
Spender depose silenziosamente la pistola per terra.
"Perché ho visto che quanto questi marziani avevano era migliore di qualunque cosa noi riusciremo mai ad avere. Si sono fermati dove avremmo dovuto fermarci noi cento anni fa. Ho percorso le loro città e conosco questo popolo e sarei felice di poterli considerare i miei antenati."
"Hanno una bellissima città laggiù." E il comandante indicò col mento una della numerose cittadine, in lontananza.
"E non quella soltanto. Sì, le loro città sono perfette. I marziani conoscevano l'arte di mescolare il bello alla vita indissolubilmente. L'arte invece per gli americani è sempre stata una cosa a sé. Una cosa, l'arte, che gli americani tengono di sopra, nella camera del figlio picchiatello. Qualcosa da prendere a dosi domenicali, mescolata con un po' di religione, magari. Mentre questi marziani hanno arte, religione, tutto quanto occorre, insomma."
"Lei crede, allora, che avessero trovato un senso alla vita?" "Sicuramente."
"E per questo motivo ha cominciato a far fuori la gente."
"Quand'ero bambino, i miei genitori mi condussero a visitare Città di Messico. Ricorderò sempre il comportamento di mio padre, chiassoso e spavaldo. Mentre mia madre non poteva soffrire i messicani, perché bruni di pelle e poco puliti, e mia sorella non poteva risolversi a parlare a un messicano, io ero l'unico che li trovasse realmente simpatici. E immagino benissimo mio padre e mia madre che vengono su Marte e si conducono allo stesso modo che a Città di Messico.
"Tutto ciò che è diverso, insolito, non piace all'americano medio. Ciò che non ha impianti igienici come quelli in uso a Chicago è per lo meno assurdo. Solo a pensarci... Dio, se si pensa una cosa simile! E poi... la guerra. Ha sentito anche lei i discorsi in Parlamento, prima di partire. Se le cose andranno bene, sperano d'impiantare tre città di ricerche atomiche e depositi di bombe atomiche su Marte. Il che significa che Marte è finito. Tutta questa meravigliosa archeologia sarà distrutta. Che cosa farebbe lei se un marziano venisse a vomitare del fetido vino sul pavimento della Casa Bianca?"
Il comandante non disse nulla, ma ascoltava con grande attenzione. Spender riprese:
"E poi tutti gli altri interessi industriali che seguono, tutti all'assalto di Marte. Le compagnie minerarie, quelle dei trasporti e delle comunicazioni. Ricorda che cosa accadde al Messico, quando Cortez e i suoi sicari vi arrivarono dalla Spagna? Un'intera civiltà distrutta da avidi e devoti bigotti. La storia non perdonerà mai Cortez."
"Nemmeno lei può dire di avere agito secondo morale, oggi" osservò il capitano.
"Ma che altro potevo fare? venire a discutere con lei? son io, semplicemente, contro tutta la barbara e avida struttura dell'uomo sulla Terra. Sganceranno le loro sporche bombe atomiche, laggiù, battendosi per avere basi che giustifichino guerre senza fine. Non basta loro aver già rovinato un pianeta; perché ne vogliono rovinare un altro? possibile che debbano voler sempre insozzare la mangiatoia altrui? Fanfaroni dalla testa vuota! Quando ho posto il piede su questo pianeta, non solo mi sono sentito immediatamente libero della loro cosiddetta cultura, mi sono soprattutto sentito libero della loro morale, dei loro costumi. Son fuori del vostro quadro, mi son detto. Tutto quello che devo fare è ammazzarvi tutti quanti siete e vivere poi in pace la mia propria vita."
"Peccato che il progetto non abbia funzionato" disse il capitano.
"No, non ha funzionato. Perché dopo la quinta uccisione, stamattina, mi sono accorto di non essere tutto nuovo, tutto marziano, in fin dei conti. Non potevo gettar via così facilmente tutto quello che avevo imparato sulla Terra. Ma ora mi sento di nuovo sicuro di me. Vi ammazzerò tutti. Ciò ritarderà di cinque anni l'arrivo di un altro razzo. Questo è il solo attualmente in esistenza. La gente, sulla Terra, aspetterà un anno, due anni, e alla fine, quando si sarà convinta del fallimento anche della nostra spedizione avrà una gran paura di costruire un nuovo razzo. E spenderà altri due o tre anni a fare cento nuovi modelli sperimentali, per evitare il rischio di un altro disastro."
"Tutto questo è molto esatto."
"D'altra parte una sua relazione, comandante, nel caso di un suo ritorno sulla Terra, non farebbe che affrettare l'intera invasione di Marte. Se la fortuna mi assiste, vivrò fino ai sessant'anni. Ogni nuova spedizione su Marte troverà me ad accoglierla. Non ci sarà più d'un'astronave alla volta, in arrivo, una all'anno, più o meno, e non più di venti uomini d'equipaggio ogni volta. Dopo esser diventato loro amico e avere spiegato che il razzo esplose qualche giorno dopo il nostro arrivo (è mia intenzione di farlo saltare in aria, appena avrò finito quanto ancora mi resta da fare) li ammazzerò tutti, uno dopo l'altro. Marte resterà intatto per i prossimi cinquant'anni. Dopo qualche tempo, forse, la gente della Terra abbandonerà i suoi tentativi di colonizzazione. Si ricorda il terrore che finì per ispirare loro l'idea di fabbricare nuovi Zeppelin, che si abbattevano sempre in fiamme, prima o poi?"
"Lei ha dunque già previsto tutto" ammise il capitano.
"Sì."
"Ma non ha tenuto conto della nostra superiorità numerica. Fra un'ora sarà stato circondato completamente. Fra un'ora lei sarà morto."
"Ho scoperto delle gallerie sotterranee e un posto, sempre sotterra, ove vivere, che voi altri non riuscirete mai a trovare. Mi ci nasconderò per qualche settimana, ad aspettare che la vostra vigilanza si assopisca. Allora verrò fuori, a uccidervi uno alla volta."
Il capitano annuì.
"Mi dica di questa civiltà, qui intorno" disse, indicando con un gesto largo della mano le città tra le montagne.
"Sapevano vivere con la natura e andavano d'accordo con la natura. Non hanno cercato troppo intensamente di essere ognuno tutto uomo e niente animale. Che è l'errore che noi abbiamo commesso dopo le scoperte di Darwin. Lo abbiamo abbracciato, con Huxley e Freud, tutti sorrisi. E poi ci siamo accorti che Darwin e le nostre religioni non andavano d'accordo. O almeno ci è parso che non andassero d'accordo. Siamo stati degli sciocchi. Abbiamo cercato di smuovere Darwin, Huxley e Freud. Ma non era facile buttarli giù dai loro piedistalli. E allora, come idioti, abbiamo tentato di abbattere la religione.
"E abbiamo fatto un bell'affare: abbiamo perduto la fede e ce ne siamo andati in giro chiedendoci quale fosse lo scopo, il senso della vita. Se l'arte non era nulla più di un frustrato fremito di desiderio, se la religione non era che auto-illusione, che cosa c'era di bello nella vita? La fede ci aveva sempre dato risposta a tutte le cose. Ma tutto era andato a finire nella spazzatura con Freud e Darwin. Eravamo e siamo ancora una razza perduta."
"Mentre questi marziani sono un popolo ritrovato?"
"Sì. Sapevano fondere scienza e religione, così da farle operare una accanto all'altra, così che mai l'una rinnegasse l'altra, ma anzi l'una arricchendo l'altra."
"Una cosa ideale, direi."
"Già. Mi piacerebbe mostrarle come i marziani vi siano riusciti."
"I miei uomini stanno aspettando."
"Non resteremo assenti più di mezz'ora. Glielo dica, comandante."
Il capitano esitò, poi, levatosi, andò a gridare un ordine giù per il pendio della montagna.
Spender lo guidò in un villaggio marziano tutto d'un marmo freddo e perfetto. C'erano altorilievi di stupendi animali, specie di felini dalle bianche membra e simboli solari dalle membra gialle e statue di creature taurine e statue di uomini, donne e di enormi cani dalla linea delicata e sottile.
"Ecco la risposta che cercava, comandante.
"Non capisco."
"I marziani scoprirono il segreto della vita tra gli animali. L'animale non cerca di capire la vita. La sua stessa ragione di vivere è la vita; esso gode e gusta la vita. Vede, tutta la scultura marziana, questi simboli animaleschi ripetuti all'infinito..."
"A me sembra una cosa pagana."
"Anzi! Quelli sono simboli divini, simboli di vita. L'uomo, anche su Marte, era divenuto troppo uomo e non abbastanza animale. E gli uomini di Marte si accorsero che per sopravvivere avrebbero dovuto dimenticare la solita domanda: Perché vivere? La vita era risposta a se stessa. La vita era propagazione di maggior vita e di un vivere la miglior vita possibile. I marziani si accorsero che solevano chiedersi "Perché vivere?" al culmine di qualche periodo di guerra e di disperazione, quando non c'era risposta. Ma quando poi la civiltà si placò, e le guerre cessarono, la domanda divenne priva di senso in un altro modo. La vita era bella ora e non abbisognava di discussioni e di analisi.
"Si direbbe che i marziani fossero molto ingenui."
"Erano ingenui soltanto se conveniva esserlo. Smisero di cercar di distruggere tutto, di umiliare tutto. Fusero religione, arte e scienza, perché, alla base, la scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l'arte è un'interpretazione di quel miracolo. Essi non permisero mai alla scienza di stritolare l'estetica e la bellezza. Tutto è semplicemente questione di gradazione. Un uomo della Terra si dice: "In quel quadro il colore non esiste realmente. Uno scienziato può dimostrare che il colore è soltanto il modo onde le cellule sono disposte in una data sostanza per riflettere la luce. Pertanto, il colore non è in realtà una parte vera delle cose che mi accade di vedere". Il marziano, infinitamente più acuto, dirà: "Magnifico quadro. Lo dobbiamo alla mano e alla mente di un uomo ispirato. La sua idea, il suo colore vengono dalla vita. E' dunque una cosa buona"."
Ci fu una pausa. Seduto nel sole pomeridiano, il comandante si guardò curiosamente intorno, per il fresco villaggio silenzioso.
"Mi piacerebbe vivere qui" disse.
"Basterebbe che lei lo volesse. Chi può proibirglielo?"
"Lei mi sta pregando di farlo?"
"C'è nessuno tra i suoi uomini che capirà mai veramente tutto questo? Sono cinici di professione, è troppo tardi per loro. Perché voler tornare con loro, comandante? Per poi, tornato sulla Terra, andare d'accordo coi suoi buoni vicini Jones? comperare un giroplano come ha fatto Smith? sentir la musica col portafogli anzi che con le glandole? C'è un piccolo patio laggiù con un rullo di musica marziana, vecchio di almeno cinquanta mila anni. Suona ancora. Musica che lei non udrà mai più in vita sua. Potrà sentirla tutte le volte che vorrà. Ci sono dei libri. Ho fatto notevoli progressi nella lettura dei testi marziani, ormai. Potrà passare il suo tempo comodamente seduto a leggerli."
"Tutto sembra molto buono e molto bello, Spender.
"Ma lei non intende rimanere."
"No. Ma grazie, ad ogni modo."
"E voi altri non mi lascerete stare senza darmi noia. Sarò proprio costretto ad ammazzarvi."
"Lei è un ottimista."
"Ho qualcosa per cui vivere e battermi; ciò mi rende un assassino più abile. Ho quello che corrisponde a una religione, ora; è come imparare a respirare di nuovo, come starsene distesi sotto il sole ad abbronzarsi, lasciando il sole penetrare a poco a poco nel nostro organismo. Come sentire della musica, leggere un libro. Che cosa offre la sua civiltà terrestre, comandante ?"
Il capitano strisciò i piedi; crollò il capo.
"Mi dispiace di quanto sta accadendo. Tutto ciò mi addolora." "Addolora anche me. Sarà meglio ora che la riaccompagni, così lei potrà iniziare l'attacco."
"Sì, sarà meglio tornare."
"Comandante, io non la ucciderò. Quando tutto sarà finito, lei sarà ancora vivo."
"Che cosa?"
"Ho deciso fin dal primo momento che, lei, non la avrei toccata." "Ebbene..."
"Le risparmierò la sorte degli altri; quando saranno morti, potrà darsi che lei cambi idea."
"No" disse il capitano "c'è troppo sangue della Terra in me. Dovrò continuare a darle la caccia, Spender."
"Anche quando le si offrirà l'opportunità di stare qui?"
"E' buffo, ma sì, anche allora. Non so perché. E' una cosa che non mi sono mai chiesta. Siamo arrivati, ad ogni modo." Erano di nuovo presso la roccia davanti alla quale s'erano incontrati. "Vuole arrendersi senza opporre resistenza, Spender? questa è la mia ultima offerta." "Grazie, no." Spender gli tese la mano. "Un'ultima cosa se dovesse vincere lei, mi faccia un favore. Veda che cosa si può fare perché questo pianeta non venga messo sossopra per almeno una cinquantina d'anni ancora, lasciando così agli archeologi qualche probabilità di lavorare in pace. D'accordo?"
"D'accordo."
"E finalmente... se crede, pensi a me soltanto come a un tipo completamente pazzo, che fu preso in un giorno d'estate da una frenesia di distruzione e non si rimise più, da quella volta. Sarà un po' più facile per lei, se vorrà pensare così."
"Va bene. Addio, Spender. Buona fortuna."
"Tu sei un tipo strano" disse Spender tra i denti, mentre il comandante Wilder tornava giù lungo la pista verso i suoi uomini nell'alito caldo del vento.
Tornò ai suoi uomini ricoperti di polvere, il capitano, come un'anima smarrita. Continuava a guardare il sole storcendo gli occhi e a respirare affannoso.
"C'è da bere?" disse. Sentì una bottiglia rinfrescargli la mano.
"Grazie." Bevve. Si forbì la bocca col dorso della mano.
"Bene" riprese poi. "Fate bene attenzione. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Non abbiamo nessun bisogno di perdere qualcun altro dei nostri. Dovrete ammazzarlo, questa volta. Non ha voluto arrendersi, e non si arrenderà mai. Cercate di ucciderlo con un colpo solo tirato bene. Non lo sfigurate o peggio. Su, finiamola."
"Gli farò saltare quelle sporche cervella" disse Sam Parkhill.
"No, bisogna colpirlo al petto" disse il capitano. Rivedeva il forte viso, così chiaramente risoluto, di Spender. "Quelle luride cervella" disse Parkhill.
Gli porse di scatto la bottiglia:
"Hai inteso quello che ho detto, Parkhill. Colpirlo al petto." Parkhill brontolò qualcosa tra sé.
"Su, ora" disse il capitano. Si sparpagliarono di nuovo, prima camminando, poi di corsa, infine ancora a passo di marcia su per le calde pendici della montagna, dove c'erano improvvise oasi di frescura in grotte, che odoravano di musco, e spiazzi bruscamente torridi, che odoravano di sole sulle pietre.
M'è odioso essere scaltro, pensava il capitano, quando realmente non ti senti scaltro e non desideri esserlo. Procedere serpeggiando, fare progetti e sentirti grande mentre li fai. Odio questa sensazione di credere di fare ciò ch'è giusto, quando non sono affatto sicuro di farlo. Chi siamo noi, del resto? la maggioranza? è questa la risposta? la maggioranza è sempre sacra, non è vero? Sempre, sempre; non sbaglia mai, nemmeno per una minuscola frazione d'un minuscolo insignificante momentino? mai una volta nemmeno in dieci milioni di anni? Ma in fin dei conti, pensava il capitano, che cos'è questa maggioranza e da chi è composta? e che cosa pensa, come fa a fare quello che fa, non cambierà mai? e io, soprattutto, come ho fatto a trovarmici in mezzo, a questa marcia maggioranza? Non mi ci trovo bene, io. Si tratta forse di claustrofobia, di paura della folla, o semplicemente di buon senso? Può un uomo solo avere ragione, mentre tutto il resto del mondo è convinto di avere ragione lui? Meglio non pensarci. Strisciamo pure come serpi, pronti a colpire e tiriamo pure il grilletto al momento giusto. Su, forza!
Gli uomini si lanciavano in brevi corse, che finivano sempre ginocchioni dietro un masso, poi un'altra corsetta, prima di rannicchiarsi in una chiazza d'ombra, mostrando i denti bianchi, per l'ansito, ché l'aria era sottile ed essi dovevano rimanere seduti cinque minuti ogni volta, il fiato sibilante, delle macchie nere davanti agli occhi, ingollando avidamente l'aria a grandi bocconi famelici, che non bastavano loro, strizzando gli occhi; e infine rialzandosi in piedi, le pistole puntate ad aprire forellini in quell'aria rarefatta d'estate, fori di suono e di calore.
Spender rimase dove si trovava, sparando soltanto a ragion veduta. "Gli sparpaglierò quello sporco cervellaccio!" urlò Parkhill, lanciandosi su per il pendio.
Il Capitano puntò la pistola contro Sam Parkhill. La riabbassò subito, fissandola con espressione inorridita.
"Che cosa stavate per fare?" domandò alla sua mano e all'arma che essa stringeva mollemente.
Aveva quasi sparato a Parkhill nella schiena.
"Che Dio mi protegga!"
Vide Parkhill correre ancora e infine buttarsi a terra, a riposarsi al sicuro.
Spender veniva a poco a poco stretto al centro di una rete elastica e corrente di esseri umani. In cima al colle, fra due massi, Spender se ne stava coricato per terra, con un sogghigno di spossatezza dovuta all'atmosfera sottile, due larghe isole di sudore sotto le braccia. Il capitano scoprì le due rocce. Fra di esse c'era uno spazio di qualche palmo entro cui s'era insinuato il torace di Spender.
"Ehi, tu!" urlò Parkhill. "Eccoti un confetto per il cranio!"
Il capitano Wilder attese. Su, muoviti, Spender, pensò, corri a nasconderti, come avevi detto di voler fare! Non ti resta che qualche minuto per fuggire da quella trappola. Scappa e torna più tardi. Su, spicciati! Mi hai detto che lo avresti fatto. Corri in quelle gallerie sotterranee che mi hai detto di avere scoperto e resta nascosto là sotto, vivi al sicuro mesi e anni, a leggere quegli stupendi libri, a bagnarti nelle vasche lustrali. Su, muoviti, ora, Spender, o sarà troppo tardi.
Ma Spender non si muoveva.
Ma che cosa gli è successo?, si chiese il capitano. Wilder alzò la pistola. Guardò gli uomini che correvano e si nascondevano, le torri del lindo villaggio marziano simili a pezzi d'un gioco di scacchi stagliantisi nitidi sullo sfondo del pomeriggio. Vide le rocce e l'intercapedine ove s'intravvedeva il torace di Spender.
Parkhill saliva di corsa, urlando di rabbia.
"No, Parkhill" gli disse il comandante "non posso permetterti di farlo tu. Né a te né agli altri. No, a nessuno di voi posso permetterlo. Io soltanto."
Alzò la pistola e prese la mira.
Sarà netta la mia coscienza dopo una cosa del genere?, si chiese. E' giusto che sia io a farlo? Sì, è giusto. So per quali ragioni faccio quello che faccio ed è giusto, perché ritengo di essere la persona che deve farlo. Spero e prego di poter essere all'altezza del mio compito. Annuì a Spender:
"Corri!" gli ingiunse in un roco sussurro che nessuno udì. "Ti dò altri trenta secondi di orologio per scappare! Trenta secondi!" L'orologio ticchettava sul suo polso. Il capitano lo guardò ticchettare. Gli uomini accorrevano da ogni direzione. Spender non si mosse. L'orologio continuò a ticchettare per molto tempo, molto rumorosamente, pareva al capitano.
"Su, muoviti, Spender, scappa una buona volta!"
I trenta secondi erano trascorsi.
La pistola fu puntata. Il capitano trasse un profondo sospiro. "Spender" disse, esalando il fiato.
Tirò il grilletto.
Non vi fu che uno spruzzo alto di roccia polverizzata nella gran luce del sole. Poi l'eco dello scoppio si affievolì, si spense.
Il capitano si levò ritto e gridò ai suoi uomini:
"E' morto."
Non volevano crederlo. Dalle varie loro postazioni non avevano potuto vedere quella particolare apertura fra i due massi. Avevano visto il loro comandante salire le pendici dell'altura da solo e lo avevano ritenuto o molto coraggioso o un po' tocco.
Gli uomini lo raggiunsero qualche minuto dopo.
Si raccolsero intorno al cadavere e qualcuno domandò:
"Nel petto?"
Il capitano abbassò gli occhi sulla salma.
"Nel petto" disse. Vide come le rocce avessero cambiato colore sotto Spender. "Vorrei sapere perché ha aspettato tanto. Vorrei sapere perché non sia fuggito come aveva detto di voler fare. Perché sia rimasto e si sia fatto uccidere."
"Chi sa?" disse qualcuno.
Spender se ne stava disteso là, ai loro piedi, le mani strette, una intorno alla rivoltella, l'altra al libro d'argento, che scintillava al sole.
Che sia stato per causa mia?, si domandò il capitano. Forse perché sono stato io a non voler cedere? Che Spender rifuggisse dall'idea di uccidermi? Sono forse diverso da questi altri qui intorno? E' stato per questo? Si è forse illuso di potersi fidare di me? C'è forse un altra risposta?
No, non c'era. Si acquattò presso il cadavere muto per sempre.
Dovrò ora vivere per il suo stesso ideale, si disse. Non posso più tradirlo, ormai. Se Spender ha creduto che ci fosse qualcosa simile a lui in me e non ha potuto uccidermi per questo, allora sì, che ho un compito ben arduo innanzi a me! E' proprio così, lo so, è proprio così. Io sono ancora in tutto e per tutto un altro Spender, ma rifletto, io, prima di sparare. Non sparo affatto, io, non uccido. Io cerco di convincere la gente. E lui non mi ha potuto uccidere perché ero un altro lui, ma in condizioni lievemente diverse.
Il capitano sentiva il calore del sole sulla nuca. Udì la propria voce che diceva:
"Se soltanto fosse venuto a cercarmi e mi avesse parlato, prima di mettersi a sparare contro chicchessia, saremmo riusciti fra me e lui a trovare una via d'uscita."
"Una via d'uscita da che cosa?" domandò Parkhill. "Che via d'uscita si poteva trovare con un uomo come lui?"
Ci fu come una musica di calura, che si levava dalle rocce, si diffondeva dall'alto cielo azzurro.
"Credo che tu abbia ragione" disse il capitano Wilder. "Non avremmo mai potuto essere d'accordo. Spender e io, forse. Ma Spender e tu e gli altri, no, mai! Ora lui, almeno, è a posto. Fammi bere un sorso a quella borraccia."
Fu il capitano che ebbe l'idea del sarcofago vuoto ove comporre la salma. Avevano scoperto un antichissimo cimitero marziano. Posero Spender in un'urna d'argento, con ceri e vini vecchi di dieci millenni, le mani in croce sul petto. L'ultima cosa che videro di lui fu il volto sereno.
Ristettero per qualche istante nell'antica volta.
"Forse sarebbe una bella cosa se ognuno di voi pensasse ogni tanto a Spender" disse il capitano.
Uscirono poi dal sepolcreto e chiusero la porta di marmo.
Il pomeriggio seguente Parkhill si mise a fare un po' di tiro a segno in una delle città morte, spezzando le finestre di cristallo e decapitando le fragili torri sottili. Il capitano colse Parkhill sul fatto e gli fece saltare i denti.