domenica, 12 marzo 2006

 

 Puntuale come uno sgagozzo,prorompente come una pisciata,atteso come la prima s.. è da alcuni mesi in libreria  il nuovo ironico viaggio postmoderno targato Stefano Benni reduce dal discusso successo di una favola metropolitana dai toni cupissimi come Achille Piè Veloce.Del precedessore, Margherita Dolcevita mantiene l'ambientazione(un indistinto agglomerato cittadino in un imprecisato momento dell'oggi)e un certo qual retrogusto di maniera,inevitabile comunque per un autore sulla cresta dell'onda da ormai un trentennio.Chi non è nuovo al multiforme multicolore e multilinguistico universo benniano sa bene che la climax è una delle caratterizzanti più notevoli dello scrittore,il quale inizialmente offre sul suo piatto pietanze leggere e digeribili,in modo da preparare il lettore al vertiginoso(e narrativamente inevitabile) cambio di ritmo,che porta la vicenda a livelli dove l'ironia da sostrato principale dell'azione si trasforma in servile ma saggio strumento di apostrofi da ipse dixit.E così naturalmente avviene anche per Margherita Dolcevita dove la cesura e la contrapposizione tra i due momenti della narrazione è cosi palese da sfiorare l'artificioso.All'inizio infatti vediamo comparire davanti ai nostri occhi di lettori affamati la figura antiestetica ma attraente di Margherita,quindicenne fin troppo normale,nella lucidità mentale e nei difetti(fisici);personaggio da cronaca pietistica ben più di un certo Achille(il suo cuore da vecchia in un corpo da ragazza la riduce a una dorata prigione di sciatta,e scopriremo,salvifica, calma).E insieme a lei si palesano i componenti,stereotipi vivi eppur ingessati,della sua strana famiglia:il padre Fausto,romantico riparatore di oggetti destinati alla rottamazione,capace di far innamorare di sè una bicicletta; la mamma Emma,che la vita come una soap opera(o la soap opera come la vita?)"vecchia bustina da tè usata",incallita collezionista di bollini da supermarket; il fratello Giacinto,inguaribile ultrà,giovanottone catarroso pronto a capitolare davanti a un po' di pelo naturale; l'altro fratello,Eraclito,assorto minigenio dell'elettronica,campione interstellare di finte battaglie videogiocate,provetto matematico capace di capitolare davanti all'unico problema irrisolvibile// porta le giarrettiere o le autoreggenti?(riferito alla professoressa di matematica);il nonno Socrate,saggio involucro dedito alla mitridatizzazione,,avvelenamento progressivo capace di esorcizzare la paura di un fulmineo attosicamento;e infine il cane Pisolo,insospettabile guardiano guerriero mignon,fedele compagno nella solitudine cinica alla padroncina Margherita.
Stereotipi di vecchio genuino stampo che un giorno si scontrano con il (p)regresso della famiglia Del Bene;padre imprenditore "a volte spregiudicato" ,madre incallita paladina di una tecnologia che migliora la vita,figlia imbellettata,alla perenne ricerca di una "artificial piagenza" che nasconda il vuoto di un corpo fatto a stampo,unica donna capace di fare battere il cuore,a righe colorate, di Giacinto l'ultrà.Stereotipi di nuova laida società.
Lo scontro ironico-dialettico sembra inevitabile a formare l'ossatura del romanzo,come sulkle orme del Dottor Niù uno spiritoso e al più sarcastico confronto tra due stili di vita diversi e impenetrabili.
E invece è proprio qui che la penna di Benni comincia a intingersi nel fiele.Benni rubizzo e rubicondo chiama in aiuto Benni rubizzo e iracondo.Come sulle orme del Dottor Niù,tutto cambia all'improvviso,tutto si  fa più amaro e meditato..Per merito,ancora,di uno stereotipo.Per merito di Angelo,il vampiro reietto,il gufo triste e scontroso incapace di integrarsi in un nessun schieramento precostituito,figlio rinnegato del progresso inarrestabile,portatore di un segreto mistero che fa paura,che nessuno vuole riconoscere,chiaro segnale che le cose stanno pe cambiare all'interno della storia.E come detto,l'ironia pur graffiante e mordace,lascia posto alla rabbia cupa alla desolazione angosciosa degni del miglior Poe(non a caso citato nel libro).Per antinomia l'influsso dei Del Bene si fa sempre più prevaricatorio soffocante criminale.Non è certo il progresso il male ci dice l'autore,ma l'uso che se ne fa a fini,grandi o piccoli che siano,di potere.Taglienti e sofferti echi orwelliani( la madre,ormai incapace di distinguere,impietrita davanti al nuovo schermo al plasma,è un tocco sapientissimo di tragico sarcasmo) ci annunciano che la soluzione(in senso etimologico) del grande vorticoso nodo sta per avere luogo.E nel racconto della vecchia Margherita alla omonima(immaginaria?) figlia non è più possibile riscontrare alcun sentimento positiva o almeno di neutra accettazione dell'assurdità del mondo.Il Male è un mostro ingovernabile che travolge anche i propri servitori,anche nella civiltà(?) del postmoderno,anche al di fuori di cerchi e bolge.Chiarificatrici a questo proposito le parole di quello che a mio parere è il miglior critico letterario contemporaneo :

Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna.[...] Il compito di un vero pacifismo non dovrebbe essere non tanto demonizzare all'eccesso la guerra quanto capire che solo quando saremo capaci di un altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre.Costruire un altra bellezza forse è l'unica strada per una pace vera.[...] Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un'opzione realizzabile. [...] Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un'altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.

E' un'impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell'uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l'orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.

La voce narrante di Margherita Dolcevita sembra non comtemplare la possibilità di una vera salvezza. La natura ribelle è troppo crudele verso il suo spietato aguzzino e le parole non servono.Servono solo i "finti sorrisi" di un ardito genio spezzato,la contemplazione assorta e triste di un vivente senza vita.

Margherita Dolcevita è dunque,per concludere,un inganno angoscioso,un orso selvatico mascherato da clown.Ma soprattutto un libro potente. E importante.Sulla strada della denuncia rabbiosa.

Meeting On The Way

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http://www.stefanobenni.it/fabula

http://www.raccontodelliliade.it/

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domenica, 12 marzo 2006

In attesa di  terminare la lettura della quadrilogia  che JOHN FANTE ha concepito per il suo alter ego Arturo Bandini ,oggi  vi invito alla lettura di un romanzo allettante e particolare,di recente uscita.

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mercoledì, 08 marzo 2006

Un breve saluto. E.... questa:

Rimani così, ti voglio guardare, io ti ho guardato tanto ma non eri

per me, adesso sei per me, non avvicinarti, ti prego, resta come sei,

abbiamo una notte per noi, e io voglio guardarti, non ti ho mai visto così, il

tuo corpo per me, la tua pelle, chiudi gli occhi, e accarézzati, ti prego,

disse Madame Blanche, Hervé Joncour ascoltava,

non aprire gli occhi se puoi, e accarézzati, sono così belle le tue

mani, le ho sognate tante volte adesso le voglio vedere, mi piace vederle

sulla tua pelle, così, ti prego continua, non aprire gli occhi, io sono qui,

nessuno ci può vedere e io sono vicina a te, accarézzati signore amato mio,

accarezza il tuo sesso, ti prego, piano,

lei si fermò, Continuate, vi prego, lui disse,

è bella la tua mano sul tuo sesso, non smettere, a me piace

guardarla e guardarti, signore amato mio, non aprire gli occhi, non ancora,

non devi aver paura son vicina a te, mi senti? sono qui, ti posso sfiorare, è

seta questa, la senti? è la seta del mio vestito, non aprire gli occhi e avrai la

mia pelle,

lei disse, leggeva piano, con una voce da donna bambina,

avrai le mie labbra, quando ti toccherò per la prima volta sarà con

le mie labbra, tu non saprai dove, a un certo punto sentirai il calore della

mie labbra, addosso, non puoi sapere dove se non apri gli occhi, non

aprirli, sentirai la mia bocca dove non sai, d'improvviso,

lui ascoltava immobile, dal taschino del completo grigio spuntava un

fazzoletto bianco, candido, forse sarà nei tuoi occhi, appoggerò la mia

bocca sulle palpebre e le ciglia, sentirai il calore entrare nella tua testa, e

le mie labbra nei tuoi occhi, dentro, o forse sarà sul tuo sesso, appoggerò le

mie labbra, laggiù, e le schiuderò scendendo a poco a poco,

lei disse, aveva il capo piegato sui fogli, e una mano a sfiorarsi il

collo, lentamente,

lascerò che il tuo sesso socchiuda la mia bocca, entrando tra le mie

labbra, e spingendo la mia lingua, la mia saliva scenderà lungo la tua pelle

fin nella tua mano, il mio bacio e la tua mano, uno dentro l'altra, sul tuo

sesso,

lui ascoltava, teneva lo sguardo fisso su una cornice d'argento, vuota,

appesa al muro,

finché alla fine ti bacerò sul cuore, perché ti voglio, morderò la pelle

che batte sul tuo cuore, perché ti voglio, e con il cuore tra le mie labbra tu

sarai mio, davvero, con la mia bocca nel cuore tu sarai mio, per sempre, se

non mi credi apri gli occhi signore amato mio e guardami, sono io, chi

potrà mai cancellare questo istante che accade, e questo mio corpo senza

più seta, le tue mani che lo toccano, i tuoi occhi che lo guardano,

lei disse, si era chinata verso la lampada, la luce batteva sui fogli e

passava attraverso la sua veste trasparente,

le tue dita nel mio sesso, la tua lingua sulle mie labbra, tu che scivoli

sotto di me, prendi i miei fianchi, mi sollevi, mi lasci scivolare sul tuo sesso,

piano, chi potrà cancellare questo, tu dentro di me a muoverti adagio, le tue

mani sul mio volto, le tue dita nella mia bocca, il piacere nei tuoi occhi, la

tua voce, ti muovi adagio ma fino a farmi male, il mio piacere, la mia voce,

lui ascoltava, a un certo punto si voltò a guardarla, la vide, voleva

abbassare gli occhi ma non ci riuscì,

il mio corpo sul tuo, la tua schiena che mi solleva, le tue braccia che

non mi lasciano andare, i colpi dentro di me, è violenza dolce, vedo i tuoi

occhi cercare nei miei, vogliono sapere fino a dove farmi male, fino a dove

vuoi, signore amato mio, non c'è fine, non finirà, lo vedi? nessuno potrà

cancellare questo istante che accade, per sempre getterai la testa

all'indietro, gridando, per sempre chiuderò gli occhi staccando le lacrime

dalle mie ciglia, la mia voce dentro la tua, la tua violenza a tenermi stretta,

non c'è più tempo per fuggire e forza per resistere, doveva essere questo

istante, e questo istante è, credimi, signore amato mio, quest'istante sarà, da

adesso in poi; sarà, fino alla fine,

lei disse, con un filo di voce, poi si fermò.

Non c'erano altri segni, sul foglio che aveva in mano: l'ultimo. Ma

quando lo girò per posarlo vide sul retro alcune righe ancora, ordinate,

inchiostro nero nel centro della pagina bianca. Alzò lo sguardo su Hervé

Joncour. I suoi occhi la fissavano, e lei capì che erano occhi bellissimi.

Riabbassò lo sguardo sul foglio.

- Noi non ci vedremo più, signore.

Disse.

- Quel che era per noi, l'abbiamo fatto, e voi lo sapete. Credetemi:

l'abbiamo fatto per sempre. Serbate la vostra vita al riparo da me. E non

esitate un attimo, se sarà utile per la vostra felicità, a dimenticare questa

donna che ora vi dice, senza rimpianto, addìo.

Tratto da "Seta" di  ALESSANDRO BARICCO

Meeting On The Way

http://www.oceanomare.com/opere/seta/index.htm

http://italian.imdb.com/title/tt0486480/

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sabato, 04 marzo 2006

Ed eccoci come promesso a parlare di questo pazzo folle assurdo e splendido ROMANZO CRIMINALE in bilico tra Pasolini ed Ellroy, indeciso tra Pasolini e Scorsese(quello di Goodfellas per intenderci).

Una premessa è d'obbligo. ROMANZO CRIMINALE non fa e non è la cronistoria della famigerata Banda della Magliana che piegò Roma per un quindicennio tra il 1977 e il 1992 prima di crollare a causa di gravi faide interne.Piuttosto,l'opera,come sottolineato anche dall'autore,tenta di trasfigurare la vicenda ispiratrice e il contesto storico in una prospettiva innovativamente mitopoietica e prettamente narrativizzata. Ma parlarne in termini tanto freddi e distanti,non renderebbe giusta e completa giustizia a questo poliedrico epos romanzesco e romanzato,capace di arrivare a toccare i punti più bassi di un esistenza miserabile e portarsi nel contempo a sfiorare vette di un lirismo drammatico mai banale e degno della più pregnante tradizione tragica. Impossibile non partire dal cuore di questo capolavoro: i personaggi. Tutti-quasi-  portano nel soprannome,unico sintagma in grado di definirli e identificarli nel dipanarsi lento e atletico della vicenda il senso primario della loro esistenza,tanto sui ricostruiti palcoscenici della Storia quanto nei fitti e  pressanti cunicoli della pagina scritta.Una caratterizzazione spicciola,spesso aneddotica(TRENTADENARI, LIBANESE ecc..) a volte indizio di mistero e ambiguita(Il Maestro,il Vecchio...) raramente segno di opportunismo egoistico(Patrizia, Il Nero); nomi che sono personaggi e non persone,nomi che sono vite caratteri. Caratteri che si incrociano,si scontrano,si odiano(molto) e si amano(poco). Personaggi che fanno parte di una costruzione narrativa tra le più complesse,stratificata ad incastro ed incrocio,dove nulla è ciò che sembra e quanto detto in una pagina può venir apoditticamente smentito nella successiva. L'ascesa di una piccola ma ambiziosa banda di borgata (formata agli inizi dal Libanese,dal Freddo,da Dandi e Satana) verso la conquista dell'intera città eternà e dell'intero Centro-Sud, è narrata con l'intenzione precisa e mirata di farne un vero e proprio racconto mitico. Il tratteggio episodico,sfasato e  scheggiato di tutti i personaggi dai minori sino ai protagonisti passando per gli antagonisti-  rappresentanti più o meno integerrimi del debole potere statale- permette a fatica e solo dopo molte pagine di anticamera,il delinearsi compiuto di personalità finzionali complete e sfaccettate. Esempio emblematico di questo processo è il destino narrativo del Freddo.All'inizio lo vediamo in disparte,a fare da spalla lucida al prorompente Libanese;successivamente lo osserviamo assumere brevemente su di sè le strenne del capo,per poi abbandonarli gradatamente e finalmente scoprire il proprio vero volto:quello di un uomo fragile,incappato in destino non suo e non voluto,dal quale seppur con fatica è felice di liberarsi. Ideale contrappunto morale e narratologico all'esperienza  del Freddo è quella speculare e contraria del commissario Scajola,unico personaggio di spicco del romanzo a essere chiamato col nome proprio. Per Nicola la faticosa rincorsa a quella scaltra organizzazione di mezzi parvenu bramosi di successo è una tacita fuga verso un se stesso ancora non del tutto scoperto,un indagine tra le più difficili. E non a caso in una prima parte dove prevale il tono da "epica barbara" su quello più prettamente tragico,le pagine con cui ci viene presentato il tremendo terremoto interiore di Nicola(significativamente concretantesi su un piano sessual-sentimentale) sono caratterizzate da quella soffusa profondità di dettato,a dispetto del mancato adeguamento della forma a un registro contenutistico più elevato  rispetto a quello "cazzaro" incarnato dagli eroi neri,che sarà dato di ritrovare successivamente in più passaggi nel corso del romanzo,soprattutto qualora  si tratti di reinventare il modello del "monologo interiore" o l'indiretto libero, a uso e consumo di personaggi particolarmente meditativi o di situazioni specialmente sostenute: si pensi per esempio alle teatrali e ieratiche entrate di un personaggio come il Vecchio,non esente da onorevoli reminiscenze addirittura manzoniane, o altrimenti alle ultime pagine,dove un intero mondo,un intero sistema di valori e corrispondenze(sia interne che esterne alla vicenda) è sradicato con violenza estrema mentre uno spaventoso e disperante afflato tragico,spinto fino a estremi inimmaginabili,è splendidamente sublimato in un cinismo nullificante e paralizzante,come a congelare in un eterno presente il momento che non si potrà compiere. Come l'unico sogno che  accomuna buoni e cattivi,giovani e vecchi,mafiosi e criminali comuni,prostitute e donne altre. Questo sottile gioco degli opposti attraversa l'opera sia verticalmente (diacronia) che orizzontalmente(sincronia) contribuendo a creare un domino praticamente inestricabile di sogni,desideri,passioni, sentimenti,animalità e ipocrisia  che può essere decifrato  solo con la lungimirante prospettiva di riscatto(dalla sorte,dai nemici,dagli amori traditi o rifiutati) che zampilla da ogni pagina,che pervade ogni parola di finanche la più piccola canaglia di questo spiazzante,indescrivibile e ingiudicabile ROMANZO CRIMINALE.

Meeting On The  Way

http://www.carmillaonline.com/archives/2003/02/000011.html

http://www.romanzocriminale.it (sito ufficiale del film)

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sabato, 04 marzo 2006

DON ALESSANDRO E I MULINI

         

 

 

Da giorni infiamma,sui giornali e non solo. la affatto velata polemica letterario-programmatica,che ha già assunto i toni di un tentativo d'eversione contro         l'ancien regìme  instaurato dal criticume di stampo accademico. Lo scontro tra le due elites,quella dei romanzieri che si sentono giustamente liberi da lacci rendicontali o responsabilizzatori rappresentata nel caso dal vero vate  Baricco  (vero perchè unico e autentico) e quella dei critici impaccottigliati e impediti da secoli di oberosa tradizione ermeneutica, è esploso come una bomba dalle colonne di REPUBBLICA, stante l'appello urlato e accorato dell'intellettuale torinese verso alcuni (nello specifico il critico di lungo corso,anche accademico Giulio Ferroni , e lo scrittore e saggista Pietro Citati ) rei a suo dire di aver troppo frettolosamente  "glissato"(Citati con una ,permetteteci, risibile battuta e Ferroni tramite l'improbo confronto con un'opera del buon Sebastiano Vassalli) su un mo(n)do di letteratura da costoro affatto prediletto.

Alla deflagrazione segue la conta delle vittime. Poche,ma gravi,su entrambi i fronti. Se la sfrontata sincerità del romanziere piemontese è da subito e da più parti fortemente stigmatizzata in quanto vista come meschina modalità di self-advertising,il piccato e malcelato risentimento esternato dal canuto vegliardo verso l'arrogante sbarbatello,fa pendere l'ago di una pur invisibile bilancia dalla parte del nuovo,del solitario,dell'autonomo,a scapito dell'antica comunitaria collegialità letteraria tutta protesa a una sterile conservazione di un sistema di valori e di categorie non si sa come ancora attuale. L'ardito Narciso porta un estratto conto a prova della propria popolarità?Così va il mondo(delle Lettere). Un notevole e stimato Penombra della penna si appella(e si avvale di) al putrescente scettro della critica onnipossente,ultima Cassazione per qualunque(timido o no)scribacchino?  Così andava il mondo. Secoli fa.

Questo il mio pensiero.

Ecco i fatti. O meglio ,le parole.

ALESSANDRO BARICCO

Cari critici ho diritto a una vera stroncatura

QUESTO è un articolo che non dovrei scrivere. Lo so. Me lo dico da me. E lo scrivo. Dunque. La scorsa settimana, su queste pagine, esce un articolo di Pietro Citati. Racconta quanto lo ha deliziato mettersi davanti al televisore e vedere i pattinatori-ballerini delle Olimpiadi. Lo deliziava a tal punto - scrive - che "dimenticavo tutto: le noie, le mediocrità, gli errori della mia vita; dimenticavo perfino "l'Iliade" di Baricco, e la vasta e incomprensibile ottusità dei volti di Roberto Calderoli e di Alfonso Pecoraro Scanio". Io ero lì, innocente, che mi leggevo con piacere l'esercizio di stile sull'argomento del giorno e, trac, mi arriva la coltellata. Va be', dico. E, giusto per mite rivalsa, lascio l'articolo e vado a leggermi l'Audisio.

Qualche giorno dopo, però, vedo sull'Unità un lungo articolo di Giulio Ferroni sull'ultimo libro di Vassalli. Bene, mi dico. Perché mi interessa sapere cosa fa Vassalli. Malauguratamente, alcuni dei racconti che ha scritto sono sul rapporto tra gli uomini e l'automobile.

Mentre leggevo la recensione sentivo che finivamo pericolosamente in area "Questa storia" (il mio ultimo romanzo, che parla anche di automobili). Con lo stato d'animo dell'agnello a Pasqua vado avanti temendo il peggio. E infatti, puntuale, quel che mi aspettavo arriva. Al termine di una lunghissima frase in cui si tessono (credo giustamente) elogi a Vassalli, arriva una bella parentesi. Neanche una frase, giusto una parentesi. Dice così: "Che distanza abissale dalla stucchevole e ammiccante epica automobilistica dell'ultimo Baricco!". E voilà. Con tanto di punto esclamativo.


Ora, nessuno è tenuto a saperlo, ma Citati e Ferroni sono, per il loro curriculum e per altre ragioni per me più imperscrutabili, due dei più alti e autorevoli critici letterari del nostro paese. Sono due mandarini della nostra cultura. Per la cronaca, Citati non ha mai recensito la mia "Iliade", e Ferroni non ha mai recensito "Questa storia". Il loro alto contributo critico sui miei due ultimi libri è racchiuso nelle due frasette che avete appena letto, seminate a infarcire articoli che non hanno niente a che vedere con me.

È un modo di fare che conosco bene, e che è piuttosto diffuso, tra i mandarini. Si aggirano nel salotto letterario, incantando il loro uditorio con la raffinatezza delle loro chiacchiere, e poi, con un'aria un po' infastidita, lasciano cadere lì che lo champagne che stanno bevendo sa di piedi. Risatine complici dell'uditorio, deliziato. Io sarei lo champagne.

Potrei dire che non me ne frega niente. Ma non è vero. Mi ferisce poco la gomitata assestata a tradimento, ma mi offende molto il fatto che sia tutto ciò di cui sono capaci. Mi sorprende il loro sistematico sottrarsi al confronto aperto. La critica è il loro mestiere, santo iddio, che la facciano. Cosa sono queste battutine trasversali messe lì per raccogliere l'applauso ottuso dei fedelissimi? Vi fa schifo che uno adatti l'Iliade per una lettura pubblica e lo faccia in quel modo? Forse è il caso di dirlo in maniera un po' più argomentata e profonda, chissà che ci scappi una riflessione utile sul nostro rapporto con il passato, chissà che non vi balugini l'idea che una nuova civiltà sta arrivando, in cui l'uso del passato non avrà niente a che fare con il vostro collezionismo raffinato e inutile.

E se trovate così stucchevole un libro che centinaia di migliaia di italiani si affrettano a leggere, e decine di paesi nel mondo si prendono la briga di tradurre, forse è il caso di darsi da fare per spiegare a tutta questa massa di fessi che si stanno sbagliando, e che la letteratura è un'altra cosa, e che a forza di dare ascolto a gente come me si finirà tutti in un mondo di illetterati dominati dal cinema e dalla televisione, un mondo in cui intelligenze come quelle di Citati e Ferroni faranno fatica a trovare uno stipendio per campare.

Si dirà che è un diritto dei critici scegliersi i libri di cui scrivere. E che anche il silenzio è un giudizio. E' vero. Ma non è completamente vero. Lo so che per persone intelligenti e colte come Citati e Ferroni i miei libri stanno alla letteratura come il fast-food alla cucina francese, o come la pornografia all'erotismo. Per usare una frase di Vonnegut che mi fa sempre tanto ridere, mi sa che per loro i miei libri, nel loro piccolo, stanno facendo alla letteratura quello che l'Unione Sovietica ha fatto alla democrazia (non si riferiva a me, Vonnegut, che purtroppo non sa nemmeno che esisto).

Ma quale arroganza intellettuale può indurre a pensare che non sia utile capire una degenerazione del genere, e magari spiegarla a chi non ha gli strumenti per comprenderla? Come si fa a non intuire che magari i miei libri sono poca cosa, ma lì i lettori ci trovano qualcosa che allude a un'idea differente di libro, di narrazione scritta, di emozione della lettura? Perché non provate a pensare che esattamente quello - una nuova, sgradevole, discutibile idea di piacere letterario - è il virus che è già in circolo nel sistema sanguigno dei lettori, e che magari molta gente avrebbe bisogno da voi che gli spiegaste cos'è questo impensabile che sta arrivando, e questa apparente apocalisse che li sta seducendo?

Non sarà per caso che la riflessione nel campo aperto del futuro vi impaurisce, e che preferite raccogliere consensi declinando da maestri mappe di un vecchio mondo che ormai conosciamo a memoria, rifiutandovi di prendere atto che altri mondi sono stati scoperti, e la gente già ci sta vivendo? Se quei mondi vi fanno ribrezzo, e la migrazione massiccia verso di loro vi scandalizza, non sarebbe esattamente vostro degnissimo compito il dirlo? Ma dirlo con l'intelligenza e la sapienza che la gente vi riconosce, non con quelle battutine, please.

Per quello che ne capisco, i miei libri saranno presto dimenticati, e andrà già bene se rimarrà qualche memoria di loro per i film che ci avranno girato su. Così va il mondo. E comunque, lo so, i grandi scrittori, oggi, sono altri. Ma ho abbastanza libri e lettori alle spalle per poter pretendere dalla critica la semplice osservanza di comportamenti civili. Lo dico nel modo più semplice e mite possibile: o avete il coraggio e la capacità di occuparvi seriamente dei miei libri o lasciateli perdere e tacete. Le battute da applauso non fanno fare una bella figura a me, ma neanche a voi.
Ecco fatto. Quel che avevo da dire l'ho detto.

Adesso vi dico cosa avrei dovuto fare, secondo il galateo perverso del mio mondo, invece che scrivere questo articolo. Avrei dovuto stare zitto (magari distraendomi un po' ripassando il mio estratto conto, come sempre mi suggerisce, in occasioni come queste, qualche giovane scrittore meno fortunato di me), e lasciar passare un po' di tempo. Poi un giorno, magari facendo un reportage su, che ne so, il Kansas, staccare lì una frasetta tipo "questi rettilinei nella pianura, interminabili e pallosi come un articolo di Citati". Il mio pubblico avrebbe gradito. Poi, un mesetto dopo, che so, andavo a vedere la finale di baseball negli Stati Uniti, e avrei sicuramente trovato il modo di chiosare, in margine, che lì si beve solo birra analcolica, "triste e inutile come una recensione di Ferroni". Risatine compiacenti. Pari e patta. E' così che si fa da noi. Pensate che animali siamo, noi intellettuali, e che raffinata lotta per la vita affrontiamo ogni giorno nella dorata giungla delle lettere...

Purtroppo però non è andata così. Il fatto è che l'altro giorno ho visto il film su Truman Capote. Si impara sempre qualcosa spiando i veri grandi. Lui in quel film è così orrendo, spregevole, sbagliato, megalomane, imprudente, indifendibile. Mi ha ricordato una cosa, che talvolta insegno perfino a scuola, e che però mi ostino a dimenticare. Che il nostro mestiere è, innanzitutto, un fatto di passione, cieca, maleducata, aggressiva e vergognosa. Posa su una autostima delirante, e su un'incondizionata prevalenza del talento sulla ragionevolezza e sulle belle maniere. Se perdi quella prossimità al nocciolo sporco del tuo gesto, hai perso tutto. Scriverai solo cosette buone per una recensione di Ferroni (no, scherzo, davvero, è uno scherzo). Scriverai solo cosette che non faranno male a nessuno.

Insomma è tutta colpa di quel film su Truman Capote. D'improvviso mi è sembrato così falso starmene lì, come una bella statuina, a prendere sberle dal primo che passa. E' una cosa che non c'entra niente col mestiere che è il mio. Vedi, se me ne stavo a casa a vedere Lazio-Roma, oggi eravamo tutti più sereni e tranquilli. E penosi, of course.

GIULIO FERRONI

Caro Baricco,io la recensisco ma  lei non mi legge...

Caro Baricco, sono davvero pentito, ma non per la battuta contro Questa storia inserita nell'articolo su l'Unità del 26 febbraio, sì invece per aver scritto più volte su di lei, senza che lei abbia avuto la condiscendenza di leggermi. Ne ho scritto nel supplemento al Novecento della Storia della letteratura italiana Garzanti, ne ho scritto nell'ultimo volume, appena uscito, della Storia e antologia della letteratura italiana (Mondadori Università e Einaudi Scuola), e ho addirittura recensito (nel numero di dicembre della nuova rivista Giudizio Universale) il romanzo automobilistico Questa storia, che lei mi rimprovera letteralmente di non aver recensito.

Qui la differenza è grande: io la leggo, ahimè, senza ricavarne molto, e lei non legge me e ne ottiene un successo planetario. Se le sue emozioni e seduzioni invadono ogni angolo della terra, diffondendo quel virus apocalittico, quell'avvento dell'impensato con cui Citati e Ferroni dovrebbero confrontarsi, ciò vale certamente come un trionfo del made in Italy e dell'azienda Italia: ma non mi pare un trionfo della letteratura.

Certo la letteratura è passione, emergenza dell'imprevisto, conoscenza in profondità di ciò che non si vede: la sua mi sembra invece una letteratura patinata, proiettata sull'orizzonte di una trasgressione pubblicitaria, tra moda e sport... Il "campo aperto del futuro", che lei oppone a chi indugia a frequentare le "mappe di un vecchio mondo", non viene in realtà nemmeno sfiorato dalla "seduzione" mediatica che promana da quella sua scrittura così disinvolta, accattivante, appunto "sportiva".

Siamo proprio lontani da quell'abietto ma sconvolgente Truman Capote a cui è dedicato il film che lei è andato a vedere invece di Lazio-Roma: io ho visto sia il film che la partita e ne sono uscito doppiamente depresso (anche in quanto laziale).

Ma le garantisco che ulteriore motivo di depressione è stato per me sapere che in occasione dell'inaugurazione dell'anno accademico della mia università si è esibito il degnissimo cantante Claudio Baglioni, ma non per cantare, sì invece per leggere brani di Aristotele e del suo Novecento: lo vede che le parole dei critici non contano nulla, nemmeno nelle università dove essi insegnano, e i rettori affidano le scelte culturali a ben diversi soggetti? E allora che se ne può fare di recensioni che del resto nemmeno ha il tempo di leggere? Contrito, le prometto che non recensirò i suoi futuri romanzi, e semmai mi limiterò a qualche frecciatina da "primo che passa".

Un saluto cordiale.

Meeting On The Way

http://www.oceanomare.com/ (molto materialema non più aggiornato. Per le notizie più nuove andare su http://oceanomare.blogspot.com )

http://www.emsf.rai.it/biografie/anagrafico.asp?d=418

http://www.riflessioni.it/enciclopedia/citati.htm

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giovedì, 02 marzo 2006

  

PATRICK MCGRATH - FOLLIA- 

Si,proprio lui,l'autore di "Spider" da cui David Cronenberg nel 1999 ha tratto un film con Ralph Fiennes. McGrath,questo strano Vulcano partorito dalle viscere di una letteratura avida di sensazionale,sconvolgente,disturbante e che di queste viscere ha fatto la propria causa(nonchè modus) vivendi. Quello di cui parliamo è il primo romanzo in ordine  di tempo uscito in Italia,presso Adelphi. Un romanzo, questo FOLLIA , di una crudezza quasi sfacciata, di una violenza esibita(anche se apparentemente condannata mediante l'ingegnoso utilizzo di un "narratore " in prima solo in minima parte coinvolto nelle vicende da lui stesso narrate). Un romanzo che è comunque e prima di tutto un'analisi. Spietata e disperata insieme. La radiografia analitica e impietosa di un amore tanto folle quanto distruttivo,profondo come brutale,assurdo e ineluttabile. E la banalità non trova certo casa nelle circa 300 pagine di ASYLUM (questo il titolo originale); il gorgo di passione e malattia,sesso e morbosità, è troppo stringente per risultare copstruito,troppo insistito per risultare stancante. Inevitabile per chiunque l'empatia con la protagonista,sulla quale pende sin dall'inizio della vicenda un nemmeno troppo vago indizio di dannazione,ma anche(e paradossalmente forse) con il deutero/antagonista invischiato nelle stesse torbide acque d'inferno. Una simile terminologia anche se può sembrare impropria,non lo è affatto: la vicenda di Stella Raphael si dipana in senso vertiginosamente verticale,spinta verso il fondo da una forza sentita come incontrollabile e insieme deleteria,salutare e venefica. L'assioma fornito ai lettori da McGrath sembra addirittura insultante della sensibilità di questi ultimi:ambientare un'ossessione sessual- sentimentale all'interno di un manicomio criminale in piena Età Vittoriana parrebbe avere lo stesso valore della scoperta di un colpevole dopo dieci sole pagine in una detective story. Eppure una vicenda tratteggiata con tanta (morbosa?) meticolosità e introspezione non può comodamente offrirsi a un pallido giudizio manicheo. La vicenda di Stella non è narrata certo per senso di biasimo,quanto piuttosto con pure velleità di carattere scientifico. Pochi libri hanno avuto e avranno l'ardire di porsi una delle più importanti domande: cos'è l'amore?  Questo romanzo,innegabilmente e con audacia,ci prova. Descrivendo una situazione paurosamente al limite con il rischio di rendere limitate (in tutti i sensi) le eventuali conclusioni,ma ci prova. Il quadro finale è certo spaventoso e desolante,con il dio cantato da tanti poeti a prendere il posto dei più terrificanti e corrosivi fantasmi della tradizione inconscia di ognuno di noi.Disperato e cinico(ma solo in apparenza)

Meeting On The Way

http://www.literarysojourn.org/partauthorsmcgrath.html

http://www.letterariamente.it/Archivio/straniera/mcgrath.htm

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mercoledì, 01 marzo 2006

Come promesso,ecco i commenti sugli altri racconti della raccolta "CRIMINI"

MARCELLO FOIS   Quello che manca

Un pasticciaccio(non certo nel senso gaddiano) davvero illeggibile e scialbo. Scontato e noioso nel suo donchisciottesco assalto alla politica mangiauomini. E quel che conta di più,si legge a fatica.

GIANCARLO DE CATALDO  Il bambino rapito dalla Befana

Non molto originale in apertura, ricordare come il signore sopracitato,a differenza dei precedenti,non faccia lo scrittore di professione,ma sia(stata) una delle più alte "toghe" del nostro paese. Un magistrato che decise tempo fa di convogliare tutta la sua decennale esperienza nel campo della legge e del suo contrario,nella poco danarosa(rispetto al proprio passato) attività di scribacchino. Scelta che ha recentemente prodotto un nuovo romanzo storico,di dimensioni quasi epiche,sul quindicennio sanguinoso dela Magliana,con l'ormai celebre ROMANZO CRIMINALE (presto su questo blog) e questa splendida short story in ritmo quasi zigano. Il sudiciume di una Roma quasi come la Russia fotografa la difficile vita di chi per guadagnarsi il benessere sarebbe disposto a fare di tutto,di chi per averlo è costretto a fare di tutto,e di chi non sa nemmeno cosa sia. Ideale compendio dei temi portanti l'intera antologia (la corruzione,la brama e un Destino mai casuale) il racconto è un crescendo di complessità,commozione e suspence con personaggi tratteggiati tanto empaticamente da farceli restare in testa scolpiti e un finale che sa rievocare con soffice precisione un maestro come Charlie Chaplin. Impossibile sviluppare tutte le implicazioni di un architettura tanto sfaccettata nell'anguisto spazio della "novella breve" . Toccante.

CARLO LUCARELLI  Il terzo sparo

A chiudere la silloge nera "CRIMINI" ecco all'opera uno dei maestri riconosciuti e indiscussi del genere. L'autore bolognese,sempre tremendamente abile a scavare dentro le "passioni"(nel senso meno immediato) delle proprie protagoniste,si cala in un avventura che è una scalata o volendola vedere all'inverso una vertiginosa caduta verso l'abisso. Con al centro una  donna e le sue idiosincrasie a volte incomprensibili,a volte così comuni. Il periodare serrato di Lucarelli  fa da sfondo ai tremori della donna,intrappolata tra desideri non voluti e tragedie non cercate. La desolazione è l'unica soluzione. Desolata,come la secca,spietata,frase finale. Commovente. 

Meeting On The Way

http://www.vigata.org/altri_autori/fois.shtml

http://www.blackmailmag.com/Intervista_a_Giancarlo_De_Cataldo.htm

http://www.carlolucarelli.net/

http://it.wikipedia.org/wiki/Tempi_moderni

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mercoledì, 01 marzo 2006

Dopo qualche settimana di pausa eccomi di nuovo in linea,stavolta per presentare la recente raccolta di racconti pubblicata da Einaudi nella collana "Stile Libero" intitolata "CRIMINI " ovvero nove storie inedite da altrettanti(meno l'outsider Ammaniti ) "campioni" del giallonero italiano 

NICCOLO AMMANITI  Sei il mio tesoro

Debutto del famoso autore di "Io non ho paura" in un territorio che  con tutta la buona volontà,non è e non potrà mai essere del tutto suo. Un racconto spietato nel suo asciutto cinismo. Spietato ma comunque sapientemente condito con un umorismo "fuoricampo" che allenta la tensione quando la dovrebbe accendere.Per essere un esordio,buona prova.

MASSIMO CARLOTTO  Morte  di un confidente

Dal creatore  dell' "Alligatore" (un ex  criminale redento a investigatore privato) una vicenda a malapena degna di una piuntata di Distretto di Poilizia. Un'esile trama poliziesca tipica dellapostmodernità settentrionale,con gli immigrati a fare da cattivoni irredimibili e la coscienziosa  e ardita poliziotta pronta  a sacrificarsi per l'amore(il piacere??) del collega testardo. Pessimo.

DIEGO DE SILVA Il Covo di Teresa

In una Napoli (troppo) vicina a un clima da "anni di piombo" un equilibrato  "dramma"(nel senso tecnico) a due è raccontato con perizia e mestiere. Un incontro scontro di attese e speranze,affetti e paure,soffocati e compresse dalle mura di un appartamento e da sbarre terribili e invisibili(ma non tanto). Il primo vero "botto" della raccolta. Da incorniciare.

GIORGIO FALETTI L'Ospite d'Onore

Pur essendo criticato da più parti,l'apporto di Faletti alla narrativa post-contemporanea dello Stivale mi è sempre sembrato quantomeno ricostituente ottimo per un anemica creatura senza stimoli. E questa short-story(la prima del "wonder-man" astigiano) non fa che confermare,se non aumentare le attese. Un magistrale "pezzo" in bilico sottile tra il comico smodato e il tragico soffuso... Un'idea di fondo pesante,rischiosa tanto è universalistica se vogliamo,ma trasportata sulla carta con spaventevole brio da vecchio commediante e linda serietà da novello romanziere. L'effetto è impeccabile,sino alla dissolvenza finale... Un gioiellino.

 

 SANDRONE DAZIERI  L'Ultima Battuta

Una storia piena d'amore(troppo o troppo poco)  amarezza(repressa o sfogata) e rabbia(inespressa e non visibile) raccontata con mestiere scaltrezza e ironia. Colpo di scena finale esageratamente televisivo. A suo modo al livello dei migliori.

ANDREA CAMILLERI  Troppi Equivoci

Pur non amando in particolare il succitato,devo ammettere che ci sa fare. E  parecchio. La fugace e impossibile love story risucchiata dal buco del Destino(senza troppo appoggio moral-filosofico  da parte dell'autore) è maneggiata da Camilleri con calibrata maestria,tanto da trasformare il tutto,in trenta pagine scarse, da "amore impossibile (e feroce) " in " ingiustizia possibile(e assurda)". Definito dallo scrittore stesso un "domino" contiene un fascino misterioso e particolare,nonostante le parti(poche) in siciliano stretto potrebbero invitare qualche lettore poco coraggioso a saltarlo. Non fatelo. Ottimo

A presto per i rimanenti...

Meeting On the Way

http://www.einaudi.it/einaudi/ita/catalogo/scheda.jsp?isbn=978880617576&ed=87

http://www.niccoloammaniti.com/

http://www.massimocarlotto.it/

http://www.diegodesilva.it/

http://biografie.leonardo.it/biografia.htm?BioID=720&biografia=Giorgio+Faletti

http://www.sandronedazieri.it/

http://www.vigata.org/

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