giovedì, 26 ottobre 2006

THE LIFE OF DAVID GALE di Alan Parker

Siamo(eravamo?) stufi dei soliti strepiti samaritani,delle ritrite prediche recitate con il santino di Gandhi tra i capelli (illusi,credevate fosse un caso fortuito e consolante sentire il suo nome,quasi a garanzia di una correttezza politically incorrect ? ) ne abbiamo pieni gli occhi e sature le orecchie della retorica capitalista (oh, nemmeno di questo vi eravate accorti? ) del 'non spezziamo una vita,la Bibbia è un veleno cattivo ' del bigottismo ecumenico,della lacrima facile.

Saper costruire un prodotto attingendo al serbatoio delle 'Grandi Domande dell'Umanità ' con le tecnologie e le armi (anche ideologiche ) di oggi è un operazione di irrisoria semplicità. Cercare di rispondere a queste domande usando il santo breviario delle convenzione è così banale da essere evanescente. Cercare di porsi delle domande nuove partendo dalle vecchie è un operazione di libertà ,forse la migliore. Con una risolutezza quasi ingenua,con una secchezza quasi indisponente (di forma e sostanza ) 'The Life of... ' si butta e si protende,verso quest'ultimo scopo,scaltramente trascurando i luoghi comuni (narrativi e emotivi ) del caso e ignorando candidamente quella che,in simili frangenti, potrei ribattezzare "la lezione del centesimo minuto ' : (se si parla di un film hollywoodiano che si professa e si proclama come 'prodotto commerciale ) allo scoccare del terzo quarto di pellicola,su una durata media di due ore,alternativamente il/la protagonista o il/la deuteragonista si lanciano in un appassionato,tanto pregno quanto inutile disquisire,sui motivi profondi e sulle radicate ragioni che hanno spinto/spingono l'altro/altra a comportarsi o a non comportarsi in un dato modo. Questo per i film più eminentemente 'capitali ' come anche per quelli più genericamente dedicati a temi scottanti (che si vogliono,così facendo,raffreddare ) come il razzismo,la carcerazione,la condizione femminile o la (dis)condizione umana in generale. Questi spesso ridicoli 'noccioli narrativi ' finiscono per rappresentare agli occhi del regista,unicamente interessato alla pagnotta ovvio, l'unica cosa veramente importante di tutto il discorso,il fulcro narratologico verso cui far convergere le azioni precedenti e successive. Esempi che mi sovvengono al momento: lo stra lodato (??? ) American History X, dove tutto è in sostanzia espiazione e rimpianto per una .... (chi ha visto il film riempia i puntini mentalmente,chi non l'ha visto non dovrà sforzarsi troppo ) e a indottrinamento paternalistico sul 'amico,questo non si fa .... agisci così e ti salverai ' ; Dead Man Walking,insopportabile polpettone cristologico mascherato da ricerca sociale dove (appunto ) l'unico significato sta ancora una volta nel 'figliolo,arriverà il perdono se mi racconterai tutto ' e annessi,senza alcun reale interesse indagativo del fenomeno e delle sue ombre ; il pur buono 'Un Mondo Perfetto ' dove l'ennesima ricerca di redenzione del protagonista è contrappuntata a quella del ruvido deuteragonista,salvo poi mutarsi in un qualcosa di completamente diverso e innovativo.

A parte l'esempio,chiarificatore proprio perchè atipico,dell'accademico senza toga Eastwood, è chiaro come la retorica narrativa di certa hollywood commerciale porti,ripetuta e replicata com'è,alla paralisi progressiva di un film così costruito.

La 'lezione del centesimo minuto ' non può diagnosticata,non portare a un bel spensierato 'vaffanculo ' di stanca rassegnazione. Manca infatti di logica guardare un film la cui direzione narrativa è ineluttabilmente tracciata da un così rigido setaccio.

'The Life of David Gale ' non procede su una linea retta,ma attraversa e percorre una spezzata che non fa caso al tempo o al luogo a cui accosta,mettendo ogni piano narrativo sullo stello livello di autonomia e insieme complementarità allo scioglimento della storia. Lasciato da parte il linguaggio retorico di inutile denuncia,sorvola come è detto sul rigido canone di genere pur usandone tutti i topoi (la protagonista,prelevata da una routine tranquilla e tranquillizzante,è spedita in una 'dimensione altra ' ed estraniante con un compagno di avventure meno intelligente e quindi umiliabile;dapprima cinica e indifferente,si scopre gradatamente partecipe e insieme al suo interesse cresce anche l'alone di mistero ;ciò è simboleggiato quindi dall'uomo sconosciuto ' che non si capisce se intende intralciare l'innocente o aiutarla ;convinta della inutilità della missione affidatale,la protagonista scopre presto che dovrà rivedere molte sue idee [ecc... ] ) e punta il suo vero obiettivo più lontano,destinando a un personaggio nominalmente 'minore ' il compito di farlo intravedere: " Ciò che cerco è obiettività ". Che non significa positivismo,ma piuttosto naturalismo sincero,all ricerca di una veridicità senza maschere,il che tuttavia non implica l'assenza di sfoghi emozionali più o meno marcati
Questo film (e questonuovo,nascente 'cinema di denuncia ' è un grido sussurrato,un rombo sottotraccia per far tremare un grattacielo. Non si parla di 'pena capitale ' ma la sistematizza,adottando tutte gli angoli prospettici possibili. Sistematizzandola la fa diventare discorso e non la si muta in volantino propagandistico,la si trasferisce in fieri dall'alto delle piazze al basso dei muri di mattone,le si dà cinematograficamente sostanza,privandola dellla sua essenza di torbido ingrediente principale di un thriller luculliano e prolisso,e restituendola alla propria verità storico esistenziale di irrazionale problematica ingiustizia,di snodo chiave al cui interno si rivelano nude e crude le contraddizioni e le ambiguità più insanabili dell'esistere umano su questa terra.

Aulteriore sottolineatura del fatto che le domande più urgenti non necessitano di megafoni e che le risposte più fondamentali non si accontentano dell'accetta,giunge sorprendente la cifra interpretativa al ribasso di un cast discretamente 'top rated ': il principe della sovraesposizione Spacey (non ) si lascia andare a tranquilli volteggi manierati,come nello spirito di un uomo riempito solo di ferale attesa : la ex eroina del melodramma contemporaneo sposa una compostezza austera e fiera tuttavia,che ricorda da vicino i caratteri alla Zeta Jones o,volendo, del 'maschiaccio ' Jolie: la crudele e granitica Linney lascia finalmente traspirare dopo anni i suoi geni d'ambiguità sfuggente così somaticamente palesi nel suo sguardo di Catwoman postmoderna. Tre tonalità atipiche per una sinfonia non sconvolgente ma certo notevole,per un tentativo riuscito di rimodellamento di quello che (purtroppo nella società prima che nel cinema d'oltreoceano ha assunto ormai i connotati di macabro serbatoio di miti e storie.

Per un campo come quello degli archetipi mitici dove non se ne sente il bisogno,questo di cui parliamo è un modo (certo non eccelso ma lodevole ) di demisticare laddove unicamente è necessario:di fronte a un gruppo associato di uomini che decide in tutta coscienza di uccidere un altro uomo come suprema punizione.

Per questo THE LIFE OF DAVID GALE va rispettato,sia come testimonianza artistica di un modo razionale di pensare l'irrazionale,sia come tentativo cinematografico di sradicare la tradizione da fanghi troppo pericolosi.

E per chi non è ancora pienamente convinto di avere come obbligo morale quello di visionare questo film,pensi ancora soltanto che 'The Life ' è l'unico film degli ultimi trent'anni sulla pena di morte.
I film con la pena di morte non ci interessano e non dovrebbero interessare nessuno.

postato da: seanma alle ore 20:57 | Permalink | commenti
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