MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood
Evidentemente è ormai una moda denigrare uno come Eastwood,così sfacciatamente americano quando pure tenta di avanzare un discorso di critica pungente verso questa nazione. Insomma,fa di tutto per essere forestiero vestendo la sua arte e i suoi personaggi di abiti fuori moda e assumendo pose cinematografiche abbastanza devianti e diverse da quelle con cui è chiamato a confrontarsi(leggi la Hollywood delle 'attrici per un giorno ' dei 'registi per un anno e dei 'film per un mese ' ). Fa tutto questo (e altro ) eppure c'è ancora qualcuno che lo attacca frontalmente manco fosse l'ultimo arrivato in cerca di fama... anzi fa di più.... si sorprende addirittura perchè qualcuno tiene posizioni così sacrileghe che tanto impunemente attentano alla Verginità dell'Arte o alla Vetusta Visione del Classico Intramontabile come Unico Punto di Riferimento....
Suddette opinioni concorrono a formare il disegno,opinabile quanto rispettabile, di un Eastwood ormai da anni votato alla causa economica,e che di conseguenza cerca di far passare i suoi prodotti per cinema 'culto, d'autore ' mentre in realtà si tratterebbe soltanto,usando una formula non originale,di 'cinema furbetto : egualmente tutti i suoi maggiori successi (e non intendo qui solo in senso commerciale ) sarebbero solo patinate riproposizioni di vecchie storie e di antichi archetipi cinematografici. In due parole,nulla di nuovo.
Per capire quanto in realtà sia pregiudiziale e superficiale una visione simile,basterebbe scorrere rapidamente le architetture principali degli ultimi due lavori,e realizzare quanto siano in grado di nascondere a un occhio ebete e di rivelare a un orecchio attento. Ma dato che siamo nel topic di MDB è giusto soffermarsi su questo film.
Mi pare sia utile spendere due parole su quella che è la narrazione originaria,da cui la sceneggiatura e di seguito il film prendono spunto. Molti forse non sanno che esiste una raccolta di racconti di tale F.X.Toole (frettolosamente messa in ristampa da Garzanti in occasione dell'uscita del film sotto il titolo de LO SFIDANTE ) a cui Haggis si è ispirato per il film. Non avendo avuto il (dis)piacere di leggere la suddetta,non entrerò in dettaglio,ma mi limito a rilevare (a seguito di altre letture dello stesso autore che,per inciso,sembra incapace di 'scrivere ' altro che di boxe ) non solo e non tanto l'infima qualità letteraria del prodotto di partenza,quanto invece la scarna essenzialità manichea delle tematiche affrontate (un vecchio allenatore,presumibilmente il medesimo del film in un avventura precedente, disilluso e dai modi scabri che decide 'alla Rocky ' di tirare su un mezzo delinquente fino a farlo diventare campione,salvo pi-varizione sul tema- farsi fregare dallo stesso per soldi,sul più bello )quasi ridicola nel suo proporsi così nuda e cruda.
Ecco,se Eastwood partendo da una storia senza ombra di dubbio simile alla succitata (la ragazza povera che vuole farsi un nome e una reputazione,le riluttanze del vecchio,il successo e la caduta ) si fosse limitato a narrarla per immagini,evitando un coinvolgimento autoriale forte,tutte le critiche mossegli non solo sarebbero giustificate,ma persino auspicabili.
Ma non è questo il caso. Se è certamente vero che abbiamo uno scheletro narrativo imperniato sulle linee di forza tipiche di certa Hollywood e su schemi tematologici più abusati che consueti (la miseria,il rimpianto,la riscossa,la caduta ecc ) è altrettanto fondamentale rilevare come questo sia-appunto- solamente uno scheletro. Servirsi di fulcri narratologici tanto pressanti e concreti da sembrare prevaricatori non impedisce a Eastwood l'articolazione di un discorso filmico più serio,sebbene posto abilmente sottotraccia e 'nascosto ' dall'illusione perfetta della trama scontata,che permette tra le altre cose di non doversi preoccupare di uno sviluppo d'intreccio che sarebbe potuto divenire 'poco addomesticato ' e troppo autoreferenziale. La sostanza del ,per dirlo banalmente, messaggio,della ragione d'esistenza del film è lasciata in alternativa o alle piccole cose e ai segnali minimi o altrimenti alle dinamiche di rapporto tra gli elementi in scena.
Due esempi chiarificatori,anche se uno fondamentale lo ometto per dovere di spoiler:la figura incarnata da Morgan Freeman e il sottodiscorso,abilmente travestito da intermezzo comico,sulla religiosità del protagonista.
Anche solo a una prima percezione,non può ragionevolmente essere annoverato tra le amorevoli e buffe coincidenze del mondo cinema il fatto che dopo sedici anni Morgan Freeman ritorni come deuteragonista di Eastwood,là nelle vesti di un pistolero troppo fedele per essere tale,qui in una doppia funzione di cui cercherò di dare ragione. Un ipotesi,quella della coincidenza,che si presenta addirittura smaliziata e fuorviante allorchè si entri nel ritmo narrativo del film e si scopra che come allora (sto parlando,naturalmente, del magnifico 'GLI SPIETATI del 1992 )la presenza di una spalla era resa necessaria da una narrazione improntata alla riscrittura,ora elegiaca,ora cinica,ora grottesca di certi miti della frontiera (e c'era quindi 'bisogno ' di un ingiusto omicidio che legittimasse e rendesse possibile la 'riconversione ' di Eastwood killer (ir)redento,così adesso la presenza discreta e solida insieme di una persona che è allo stesso tempo amico debole ma narratore fervente,è la prima e più affidabile spia del fatto che ci si trova davanti non a un bolso 'lungometraggio sportivo(che definizione idiota ) quanto al cospetto di un capovolgimento sopraffino di quelli che erano i nuclei tematici del film già citato:laddove a trionfare,se non il concetto stesso di creazione mitica dell'uomo come unica immortalità,è un affermazione di sè come potenza,sia pur essa effimera e vanagloriosa, qui il tripudio è in realtà scoramento,la vittoria sconfitta assoluta,qualora si prenda Yeats(con il suo più celebre e icastico componimento ) e lo si rilegga volutamente nell'unica chiave veramente antitetica rispetto ai tanti pur interpretabili segnali testuali di senso.
Se 'I WILL ARISE AND GO,AND GO TO INNISFREE ... ' è l'unico modo possibile per esprimere non la volontà di fuga liberatrice (questo è infatti l'intento primo dell'autore) quanto un fuggire correndo senza mai voltarsi che è sinonimo di gettare la spugna verso l'annichilimento di sè stessi,come si può onnestamente parlare di 'solito buonismo alla Texas Ranger ' senza sentirsi ridicoli?Non c'è nulla di certamente accomodante poi nelle rappresentazioni,rispettivamente,di una religiosità pasticciona,scissa da qualsiasi costruttivo legame religioso,a confronto con le spinte cristianistiche,tanto rudimentali quanto efficaci,che permettono il plasmarsi iniziale del protagonista di UNFORGIVEN (tanto per proseguire l'utile parallelo ) e di un clima familiare meschino e grottesco,splendidamente immortalato nella sua ributtante finzione da un sarasmo arguto e puntuale,giocato tutto sulla palese cifra dell'abbigliamento,che non può lasciare indifferenti.
Insomma,non c'è nulla di lontanamente positivo o (!!!) melodrammatico in una storia tanto spezzata in due formalmente quanto ne è unitaria la reale struttura.Unitaria e omogenea sotto l'insegna di un ineluttabile e infinita 'road to perdition ' che mai si porta verso vie riconciliatorie dalla lacrima facile,nè tantomeno esplode in tutta la sua negatività preferendo alle parole tremolanti di un vecchio atono e alle appannate vetrate di una finestra sospesa tra 'il nulla e l'addio '.
Meeting On the Way
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