sabato, 09 dicembre 2006

L'UOMO (CHE ) NON DEVE CHIEDERE MAI

FINLEY- Fumo e cenere

Strade deserte
Note distorte
Componi per lei
Si è fatto buio già
Ore seduto
Su un marciapiede
Sotto un lampione
Sai che lei non tornerà

E' un lamento continuo
Di frasi che ormai
Sono andate, sparite
Mai più sentirai
Ti aspettavi di udire
"Sei il solo per me"
Metti l'anima in pace
Quei giorni son già
Fumo e cenere

La nebbia sul viso
Nasconde il sorriso
Di quei giorni in cui
Lei era accanto a te
Riassaggi i momenti
Scorrendo i messaggi
Ma solo quelli più dolci
Non li cancellerai

Il tuo mondo
Sta andando a puttane
Oramai
Puoi reagire ma forse
Non è ciò che vuoi
Preferisci esser vittima
Non guarirai
Non mollare
E' un consiglio
O ti ridurrai
Fumo e cenere

Meeting On The Way

www.finley.it

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sabato, 09 dicembre 2006

ROMANZO CRIMINALE di Michele Placido

Se il libro avanti un pochetto si spingeva (la figura quasi manzoniana del Vecchio,assente nei film,pesantemente caratterizzato per una evanescenza ieratica e mefistofelica,che manovra da un non meglio precisato 'alto ' tutte le trame criminose degli antieroi protagonisti,veramente ridotti al rango di marionette;le varie sottotrame legate alla collusione dei superiori di Scialoja con questa specie di capo-massone ) il film prende un'altra via più succinta e incisiva,sfrondando il testo di partenza da ogni corollrio che filmicamente avrebbe rappresentato un inutile e confuso ingombro alla riuscita della narrazione. Pur tradito nella forma, lo 'spirito ' del romanzo è mantenuto tramite una essenzialità drammaturgica tanto calibrata da arricchire i personaggi e gli intrecci che ne beneficiano. In questo senso è in parte vero che per 'parlare bene ' del film leggerne prima la fonte letteraria d'ispirazione sarebbe inutile così come fuorviante,per chi nell'analisi si fermasse a un pedissequo (e impossibile ) confronto comparativo. 'ROMANZO CRIMINALE ' non è infatti soltanto cinema puro e infallibile nella sua architettura epica di stampo palesemente hollywoodiano (sia nella forma che nella sostanza di riproposizione di 'miti ' classici del cinema 'nero ' d'oltreoceano ) ma cosa anche più sorprendente,un raro (e si spera presto imitato ) esempio di cosa veramente voglia dire fare del cinema allorchè si parta da un soggetto semiologicamente ben distinto come un'opera letteraria,tralaltro di indubbio valore come quella in questione: a dir poco suicida e pretestuosamente folle sarebbe stato cercare di adattare tutti gli innumerevoli snodi presenti nel romanzo tentando di farli rientrare in una linea narrativa coerente e fluida ; non parliamo poi di sacrificare,come pure spesso si fa,la ricchezza espressiva del 'mezzo cinema ' per fornire una rassicurante quanto scialba 'versione in movimento ' del materiale originario,così da sminuirne pericolosamente il valore intriseco di 'storia di finzione '. La verità,e in questo caso pure la ragione,stanno in una 'medietas ' tanto attraente quanto ardua a trovarsi. E come già detto, per quanto riguarda ciò, la cosa è facilitata dalla costruzione stessa del testo letterario,così analitica ed eziologica ( per i tanto tormentosi 'misteri d'italia ' dell'ultimo trentennio ) da risultare alla lunga dispersiva e persino incoerente. Dire che Placido abbia riportato questo 'ROMANZO CRIMINALE ' alla sua celata e insieme conclamata natura di grande novella nera a metà tra la spontaneità vitale di Pasolini e la densità drammatica di un Ellroy (per fortuna senza l'irritante inettitudine narratoria di quest'ultimo ) sarebbe tanto corretto quanto affermare che una tale operazione non è nè impropria nè irrispettosa,bensì frutto di una mirabile quanto inusitata capacità di sintesi e focalizzazione dei centri nevralgici da cui poter far scaturire una fabula nuova e allo stesso tempo non avulsa dal testo di partenza e quindi autonomamente vitale. La premiata ditta Rulli & Petraglia (su supervisione dello stesso De Cataldo,quasi nume tutelare alla radicale palingenesi creativa ) procede a un denudamento progressivo del 'corpo narrativo ' senza che si possa parlare tuttavia di totale scuoiamento. Il terreno così bonificato è infatti pronto per far germogliare una nuova pianta,forse meno robusta della precedente ma egualmente salda. Il tutto,passando nelle mani di Placido,coltivatore avvertito e raffinato quanto basta,assume presto la forma compiuta di un giardino rigoglioso e armonico. Fuor di metafora, la ricchezza e la polivocità perdute in quello che nel romanzo era uno sviluppo di fabula complesso e affascinante,è riguadagnata sullo schermo mediante l'utilizzo spregiudicato di tutti i modelli (come detto, sia stilistici che mitopoietici ) di certo cinema americano,fino al citazionismo puro di (andando a memoria ) due scene tra le più significative del film. Quello che avremmo se tuttavia nel tentativo di rigenerazione segnica,ci fermassimo qui, sarebbe un gusto vintage giocato sul citazionismo sterile che risulterebbe alla lunga terribilmente irritante (un esempio di questo pessimo cinema è ROAD TO PERDITION di Mendes... a proposito ma dove accidenti è finito??? ) . La cifra stilistica che è veramente la carta vincente di questo film sta invece nella contemporanea e frenetica operazione di enfatizzato intimismo attuato su quelli che sono i rapporti di forza della struttura narratologica che si vuole perseguire. Tanto per essere chiari, le relazioni tra i personaggi e i collegamenti che si instaurano giocoforza tra i valori di cui ciascuno di essi è portatori(a volte convergenti,a volte discordi,più spesso ambiguamente tangenti ) sono fatti oggetto di un accelerazione e di un enfatizzazione emozionale impensabili in un romanzo dove tutti sono servi di tutti e nessuno è padrone di sè stesso. Laddove la faceva da padrone il collettivo,ecco l'individuo non più macchietta ma personaggio-persona in grado di mutare a seconda della situazione e fulcro esso-stesso di nuuna drammaturgia che non può disperdersi nella cruda elencazione di fatti o nella nebulosa inventiva del complottismo ma deve invece concentrarsi sull'esplicitazione intensa e puntuale di pochi ma fondamentali concetti,di emozini mai nascoste o gridate,ma sempre mostrate e sussurrate. Perchè è solo così che la classica (e pericolosa iin quanto tale ) narrazione della "caduta degli dei o di chi tale si crede " può assumere un valore totalmente nuovo e significativo,in qualità di una storia a più voci che cantano la stessa canzone. Fondamentale dunque l'esplicitazione di tracciati narrativi altrimenti celati o secondari nell'economia 'documentaria ' del romanzo. Così la rivalità sexual-oriented del cattivo-buono Dandi e del buono-cattivo Nicola,così sottotestuale nel libro,assume valore significante all'interno di una contrapposizione ideologica tra il potere che rende intoccabili e quello che rende inetti: lo stesso sistema di valori va poi incontro alla deflagrazione contro l'ambiguo 'codice d'onore ' del tremebondo e instabile Freddo,catturato dai due fuochi mascolini di possesso,tanto da essere incapace di esercitarne esso stesso allorchè si parli di redenzione che nel caso di un epilogo stringente e senza uscita come quello che vediamo qui assume i connotati di un inafferabile isola dei rimpianti. Potere che fortifica,potere che indebolisce e potere che insuperbisce. Colui che ' agli imperatori no ' e quello che 'basta fà così ed è finita' così lontani all'inizio,così vicini nella fine, per ambizione e per sorte,entrambi incapaci di gestire sè stessi e la propria potenza:per entrambi divenire ciò che si è,per la sotterranea eppure stringente catena che un nome impone significherà morire.E poi le figure femminili tanto esteriormente campionesse di un emancipazione inaccattabile quanto veramente incapaci di spezzare i legami di subordinazione al sesso forte. Queste e altre linee di forza si muovono all'interno di un mosaico visivo frenetico ma ordinato,brutale eppure sottilmente elegante,disilluso e disilludente eppure capace di scorci sobriamente elegiaci (alcune scene di sesso splendidamente invadenti,certi paesaggi quasi documentaristici,la disinvoltura con cui gli inserti d'epoca si 'incastrano ' al resto, scene come l'ironica morte del Nero ecc... o il flashback iniziale ) . Una costruzione impeccabile che molto avrebbe perso senza l'apporto fondamentale di un cast ,è proprio il caso di dirlo , stellare: solo per citare i più noti,perfette e impeccabili le interpretazioni di Rossi Stuart e Accorsi, memorabile il parvenu Santamaria,mentre fra le donne una Jasmine Trinca colpevolmente sottoutilizzata cede la palma di miglior interpretazione a una ammaliante e luccicante Mouglalis (grazie anche all'eccelsa caratterizzazione vocale datale da Claudia 'Agente Scully ' Catani ) Credo (francamente ) di potermi fermare qui,anche se sono convinto che si potrebbe a buon diritto non smettere mai di parlare di un simile gioiello.
Per chi non lo ha visto: si fiondi subito,non sprecherà certo il suo tempo .

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sabato, 09 dicembre 2006

MILLION DOLLAR BABY di Clint Eastwood

Evidentemente è ormai una moda denigrare uno come Eastwood,così sfacciatamente americano quando pure tenta di avanzare un discorso di critica pungente verso questa nazione. Insomma,fa di tutto per essere forestiero vestendo la sua arte e i suoi personaggi di abiti fuori moda e assumendo pose cinematografiche abbastanza devianti e diverse da quelle con cui è chiamato a confrontarsi(leggi la Hollywood delle 'attrici per un giorno ' dei 'registi per un anno e dei 'film per un mese ' ). Fa tutto questo (e altro ) eppure c'è ancora qualcuno che lo attacca frontalmente manco fosse l'ultimo arrivato in cerca di fama... anzi fa di più.... si sorprende addirittura perchè qualcuno tiene posizioni così sacrileghe che tanto impunemente attentano alla Verginità dell'Arte o alla Vetusta Visione del Classico Intramontabile come Unico Punto di Riferimento....
Suddette opinioni concorrono a formare il disegno,opinabile quanto rispettabile, di un Eastwood ormai da anni votato alla causa economica,e che di conseguenza cerca di far passare i suoi prodotti per cinema 'culto, d'autore ' mentre in realtà si tratterebbe soltanto,usando una formula non originale,di 'cinema furbetto : egualmente tutti i suoi maggiori successi (e non intendo qui solo in senso commerciale ) sarebbero solo patinate riproposizioni di vecchie storie e di antichi archetipi cinematografici. In due parole,nulla di nuovo.

Per capire quanto in realtà sia pregiudiziale e superficiale una visione simile,basterebbe scorrere rapidamente le architetture principali degli ultimi due lavori,e realizzare quanto siano in grado di nascondere a un occhio ebete e di rivelare a un orecchio attento. Ma dato che siamo nel topic di MDB è giusto soffermarsi su questo film.

Mi pare sia  utile spendere due parole su quella che è la narrazione originaria,da cui la sceneggiatura e di seguito il film prendono spunto. Molti forse non sanno che esiste una raccolta di racconti di tale F.X.Toole (frettolosamente messa in ristampa da Garzanti in occasione dell'uscita del film sotto il titolo de LO SFIDANTE ) a cui Haggis si è ispirato per il film. Non avendo avuto il (dis)piacere di leggere la suddetta,non entrerò in dettaglio,ma mi limito a rilevare (a seguito di altre letture dello stesso autore che,per inciso,sembra incapace di 'scrivere ' altro che di boxe ) non solo e non tanto l'infima qualità letteraria del prodotto di partenza,quanto invece la scarna essenzialità manichea delle tematiche affrontate (un vecchio allenatore,presumibilmente il medesimo del film in un avventura precedente, disilluso e dai modi scabri che decide 'alla Rocky ' di tirare su un mezzo delinquente fino a farlo diventare campione,salvo pi-varizione sul tema- farsi fregare dallo stesso per soldi,sul più bello )quasi ridicola nel suo proporsi così nuda e cruda.

Ecco,se Eastwood partendo da una storia senza ombra di dubbio simile alla succitata (la ragazza povera che vuole farsi un nome e una reputazione,le riluttanze del vecchio,il successo e la caduta ) si fosse limitato a narrarla per immagini,evitando un coinvolgimento autoriale forte,tutte le critiche mossegli non solo sarebbero giustificate,ma persino auspicabili.

Ma non è questo il caso. Se è certamente vero che abbiamo uno scheletro narrativo imperniato sulle linee di forza tipiche di certa Hollywood e su schemi tematologici più abusati che consueti (la miseria,il rimpianto,la riscossa,la caduta ecc ) è altrettanto fondamentale rilevare come questo sia-appunto- solamente uno scheletro. Servirsi di fulcri narratologici tanto pressanti e concreti da sembrare prevaricatori non impedisce a Eastwood l'articolazione di un discorso filmico più serio,sebbene posto abilmente sottotraccia e 'nascosto ' dall'illusione perfetta della trama scontata,che permette tra le altre cose di non doversi preoccupare di uno sviluppo d'intreccio che sarebbe potuto divenire 'poco addomesticato ' e troppo autoreferenziale. La sostanza del ,per dirlo banalmente, messaggio,della ragione d'esistenza del film è lasciata in alternativa o alle piccole cose e ai segnali minimi o altrimenti alle dinamiche di rapporto tra gli elementi in scena.
Due esempi chiarificatori,anche se uno fondamentale lo ometto per dovere di spoiler:la figura incarnata da Morgan Freeman e il sottodiscorso,abilmente travestito da intermezzo comico,sulla religiosità del protagonista.

Anche solo a una prima percezione,non può ragionevolmente essere annoverato tra le amorevoli e buffe coincidenze del mondo cinema il fatto che dopo sedici anni Morgan Freeman ritorni come deuteragonista di Eastwood,là nelle vesti di un pistolero troppo fedele per essere tale,qui in una doppia funzione di cui cercherò di dare ragione. Un ipotesi,quella della coincidenza,che si presenta addirittura smaliziata e fuorviante allorchè si entri nel ritmo narrativo del film e si scopra che come allora (sto parlando,naturalmente, del magnifico 'GLI SPIETATI del 1992 )la presenza di una spalla era resa necessaria da una narrazione improntata alla riscrittura,ora elegiaca,ora cinica,ora grottesca di certi miti della frontiera (e c'era quindi 'bisogno ' di un ingiusto omicidio che legittimasse e rendesse possibile la 'riconversione ' di Eastwood killer (ir)redento,così adesso la presenza discreta e solida insieme di una persona che è allo stesso tempo amico debole ma narratore fervente,è la prima e più affidabile spia del fatto che ci si trova davanti non a un bolso 'lungometraggio sportivo(che definizione idiota ) quanto al cospetto di un capovolgimento sopraffino di quelli che erano i nuclei tematici del film già citato:laddove a trionfare,se non il concetto stesso di creazione mitica dell'uomo come unica immortalità,è un affermazione di sè come potenza,sia pur essa effimera e vanagloriosa, qui il tripudio è in realtà scoramento,la vittoria sconfitta assoluta,qualora si prenda Yeats(con il suo più celebre e icastico componimento ) e lo si rilegga volutamente nell'unica chiave veramente antitetica rispetto ai tanti pur interpretabili segnali testuali di senso.
Se 'I WILL ARISE AND GO,AND GO TO INNISFREE ... ' è l'unico modo possibile per esprimere non la volontà di fuga liberatrice (questo è infatti l'intento primo dell'autore) quanto un fuggire correndo senza mai voltarsi che è sinonimo di gettare la spugna verso l'annichilimento di sè stessi,come si può onnestamente parlare di 'solito buonismo alla Texas Ranger ' senza sentirsi ridicoli?Non c'è nulla di certamente accomodante poi nelle rappresentazioni,rispettivamente,di una religiosità pasticciona,scissa da qualsiasi costruttivo legame religioso,a confronto con le spinte cristianistiche,tanto rudimentali quanto efficaci,che permettono il plasmarsi iniziale del protagonista di UNFORGIVEN (tanto per proseguire l'utile parallelo ) e di un clima familiare meschino e grottesco,splendidamente immortalato nella sua ributtante finzione da un sarasmo arguto e puntuale,giocato tutto sulla palese cifra dell'abbigliamento,che non può lasciare indifferenti.

Insomma,non c'è nulla di lontanamente positivo o (!!!) melodrammatico in una storia tanto spezzata in due formalmente quanto ne è unitaria la reale struttura.Unitaria e omogenea sotto l'insegna di un ineluttabile e infinita 'road to perdition ' che mai si porta verso vie riconciliatorie dalla lacrima facile,nè tantomeno esplode in tutta la sua negatività preferendo alle parole tremolanti di un vecchio atono e alle appannate vetrate di una finestra sospesa tra 'il nulla e l'addio '.

Meeting On the Way

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postato da: seanma alle ore 01:08 | Permalink | commenti
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