LA DOPPIA VITA DI VERONICA
K. Kieslowski

Mai film fu più autenticamente biografico di questo,dove il regista,minacciato dalla malattia che lo porterà alla morte solo cinque anni più tardi,dipinge una storia dal sapore falsamente hitchcockiano (almeno negli assunti iniziali ) permeata dello stesso fatalismo ineluttabile che era stato la cifra vincente dell'esordiente Decalogo,giocata però su un registro stilistico formale completamente opposto.Il verismo spiazzante,la cruda quotidianità dei palazzoni di regime,il soffocante hic et nunc di una Varsavia simil-infernale,lasciano il posto a una doppia,ma non per questo meno incisiva,carica visionaria;su una stessa tonalità ocra di straniante desolazione,la capitale polacca fuoriesce indistinta e sfumata dal grigiore dei senza-destino,dalla dannazione dei perduti;la Grand Paris guadagna invece i toni morbidi del benessere,della speranza,volgarmente,di un mondo ben più agiato di quello (post)comunista.
Su due sfondi tanto diversi si agitano,si dimenano,scalpitano due vite tanto simili, Weronica e Veronique,banalmente due vita in una,banalmente ( e l'hanno notato ) un solo destino.
Ma nel universo valoriale di Kieslowski la parola destino è priva di significato perchè irreale e inattuata ,sia per i 'piccoli grandi uomini ' protagonisti del Decalogo,sia per la simbolica Diade, che è poi quella primigenia tra vivere e morire,luce e oscurità,uno e molteplice, sublimata nelle due complementari figure femminili specularmente interpretate dalla Jacob.
La vera forza motrice delle esistenze,di tutti gli afflati vitali,sta nel rapporto dialettico di scontro e unione che l'uomo stabilisce con quelle che sente come istanze a sè superiori,o comunque indeterminabili a partire da sè.
In una storia apparentemente psicologica e intimistica ,come questa,hanno invece fondamentale importanza i basilari elementi che costituiscono il mondo fisico,la realtà creata da Dio ma lasciata in mano all'uomo e al suo discernimento.Quella che nel Decalogo risultava ultimativamente come una spinta meccanicistica e dunque non affrontabile direttamente,tanto da consentire in ultimo solo un amara (auto)ironia, qui assume invece la sua forma più piena e completa di Principio modificatore,comunque mai avulso dagli umani desideri e alieno alle umane dinamiche,fino a servirsi di una (? ) umana figura per manifestarsi,non certo in senso Rivelazionistico,quanto in senso plotinico di sintesi.
Curioso dunque (ma forse prevedibile ) come V/Weroniq/ca nella sua franta linearità,nel suo vissuto contorto e contorcente rappresenti l'unico luogo di possibile senso in un mondo allo sfascio,quandanche una tale compiutezza giunga per mezzo di quello stesso Caos che si trova a dover governare,tramite quella 'libera fantasia ' che pure dovrebbe irregimentare.Ed è in questo senso,con queste modalità che la Diade trova la sua fine,la sua chiusura,grazie all'intervento di un terzo elemento armonico significativamente connotato al maschile,in grado attraverso un linguaggio sessuale di poetica emancipazione e un linguaggio epico-rituale di avvolgente e placida catarsi (le marionette come immagine-chiave,come simbolo cardine di tutta un'architettura ) di fornire,e questa è in ultimo la vera geniale acquisizione di questo film, un unico possibile termine all'esistenza non con l'ausilio della spinta fideistica nell'Oltre,ma servendosi invece dell'Arte e dei suoi strumenti,dialettici o meno che siano.
Film di testa così come i precedenti chiamavano in causa la sfera emozional-patemica,rimane comunque un capolavoro da gustarsi lentamente e su cui rimuginare.




