
ROMANZO CRIMINALE di Michele Placido
Se il libro avanti un pochetto si spingeva (la figura quasi manzoniana del Vecchio,assente nei film,pesantemente caratterizzato per una evanescenza ieratica e mefistofelica,che manovra da un non meglio precisato 'alto ' tutte le trame criminose degli antieroi protagonisti,veramente ridotti al rango di marionette;le varie sottotrame legate alla collusione dei superiori di Scialoja con questa specie di capo-massone ) il film prende un'altra via più succinta e incisiva,sfrondando il testo di partenza da ogni corollrio che filmicamente avrebbe rappresentato un inutile e confuso ingombro alla riuscita della narrazione. Pur tradito nella forma, lo 'spirito ' del romanzo è mantenuto tramite una essenzialità drammaturgica tanto calibrata da arricchire i personaggi e gli intrecci che ne beneficiano. In questo senso è in parte vero che per 'parlare bene ' del film leggerne prima la fonte letteraria d'ispirazione sarebbe inutile così come fuorviante,per chi nell'analisi si fermasse a un pedissequo (e impossibile ) confronto comparativo. 'ROMANZO CRIMINALE ' non è infatti soltanto cinema puro e infallibile nella sua architettura epica di stampo palesemente hollywoodiano (sia nella forma che nella sostanza di riproposizione di 'miti ' classici del cinema 'nero ' d'oltreoceano ) ma cosa anche più sorprendente,un raro (e si spera presto imitato ) esempio di cosa veramente voglia dire fare del cinema allorchè si parta da un soggetto semiologicamente ben distinto come un'opera letteraria,tralaltro di indubbio valore come quella in questione: a dir poco suicida e pretestuosamente folle sarebbe stato cercare di adattare tutti gli innumerevoli snodi presenti nel romanzo tentando di farli rientrare in una linea narrativa coerente e fluida ; non parliamo poi di sacrificare,come pure spesso si fa,la ricchezza espressiva del 'mezzo cinema ' per fornire una rassicurante quanto scialba 'versione in movimento ' del materiale originario,così da sminuirne pericolosamente il valore intriseco di 'storia di finzione '. La verità,e in questo caso pure la ragione,stanno in una 'medietas ' tanto attraente quanto ardua a trovarsi. E come già detto, per quanto riguarda ciò, la cosa è facilitata dalla costruzione stessa del testo letterario,così analitica ed eziologica ( per i tanto tormentosi 'misteri d'italia ' dell'ultimo trentennio ) da risultare alla lunga dispersiva e persino incoerente. Dire che Placido abbia riportato questo 'ROMANZO CRIMINALE ' alla sua celata e insieme conclamata natura di grande novella nera a metà tra la spontaneità vitale di Pasolini e la densità drammatica di un Ellroy (per fortuna senza l'irritante inettitudine narratoria di quest'ultimo ) sarebbe tanto corretto quanto affermare che una tale operazione non è nè impropria nè irrispettosa,bensì frutto di una mirabile quanto inusitata capacità di sintesi e focalizzazione dei centri nevralgici da cui poter far scaturire una fabula nuova e allo stesso tempo non avulsa dal testo di partenza e quindi autonomamente vitale. La premiata ditta Rulli & Petraglia (su supervisione dello stesso De Cataldo,quasi nume tutelare alla radicale palingenesi creativa ) procede a un denudamento progressivo del 'corpo narrativo ' senza che si possa parlare tuttavia di totale scuoiamento. Il terreno così bonificato è infatti pronto per far germogliare una nuova pianta,forse meno robusta della precedente ma egualmente salda. Il tutto,passando nelle mani di Placido,coltivatore avvertito e raffinato quanto basta,assume presto la forma compiuta di un giardino rigoglioso e armonico. Fuor di metafora, la ricchezza e la polivocità perdute in quello che nel romanzo era uno sviluppo di fabula complesso e affascinante,è riguadagnata sullo schermo mediante l'utilizzo spregiudicato di tutti i modelli (come detto, sia stilistici che mitopoietici ) di certo cinema americano,fino al citazionismo puro di (andando a memoria ) due scene tra le più significative del film. Quello che avremmo se tuttavia nel tentativo di rigenerazione segnica,ci fermassimo qui, sarebbe un gusto vintage giocato sul citazionismo sterile che risulterebbe alla lunga terribilmente irritante (un esempio di questo pessimo cinema è ROAD TO PERDITION di Mendes... a proposito ma dove accidenti è finito??? ) . La cifra stilistica che è veramente la carta vincente di questo film sta invece nella contemporanea e frenetica operazione di enfatizzato intimismo attuato su quelli che sono i rapporti di forza della struttura narratologica che si vuole perseguire. Tanto per essere chiari, le relazioni tra i personaggi e i collegamenti che si instaurano giocoforza tra i valori di cui ciascuno di essi è portatori(a volte convergenti,a volte discordi,più spesso ambiguamente tangenti ) sono fatti oggetto di un accelerazione e di un enfatizzazione emozionale impensabili in un romanzo dove tutti sono servi di tutti e nessuno è padrone di sè stesso. Laddove la faceva da padrone il collettivo,ecco l'individuo non più macchietta ma personaggio-persona in grado di mutare a seconda della situazione e fulcro esso-stesso di nuuna drammaturgia che non può disperdersi nella cruda elencazione di fatti o nella nebulosa inventiva del complottismo ma deve invece concentrarsi sull'esplicitazione intensa e puntuale di pochi ma fondamentali concetti,di emozini mai nascoste o gridate,ma sempre mostrate e sussurrate. Perchè è solo così che la classica (e pericolosa iin quanto tale ) narrazione della "caduta degli dei o di chi tale si crede " può assumere un valore totalmente nuovo e significativo,in qualità di una storia a più voci che cantano la stessa canzone. Fondamentale dunque l'esplicitazione di tracciati narrativi altrimenti celati o secondari nell'economia 'documentaria ' del romanzo. Così la rivalità sexual-oriented del cattivo-buono Dandi e del buono-cattivo Nicola,così sottotestuale nel libro,assume valore significante all'interno di una contrapposizione ideologica tra il potere che rende intoccabili e quello che rende inetti: lo stesso sistema di valori va poi incontro alla deflagrazione contro l'ambiguo 'codice d'onore ' del tremebondo e instabile Freddo,catturato dai due fuochi mascolini di possesso,tanto da essere incapace di esercitarne esso stesso allorchè si parli di redenzione che nel caso di un epilogo stringente e senza uscita come quello che vediamo qui assume i connotati di un inafferabile isola dei rimpianti. Potere che fortifica,potere che indebolisce e potere che insuperbisce. Colui che ' agli imperatori no ' e quello che 'basta fà così ed è finita' così lontani all'inizio,così vicini nella fine, per ambizione e per sorte,entrambi incapaci di gestire sè stessi e la propria potenza:per entrambi divenire ciò che si è,per la sotterranea eppure stringente catena che un nome impone significherà morire.E poi le figure femminili tanto esteriormente campionesse di un emancipazione inaccattabile quanto veramente incapaci di spezzare i legami di subordinazione al sesso forte. Queste e altre linee di forza si muovono all'interno di un mosaico visivo frenetico ma ordinato,brutale eppure sottilmente elegante,disilluso e disilludente eppure capace di scorci sobriamente elegiaci (alcune scene di sesso splendidamente invadenti,certi paesaggi quasi documentaristici,la disinvoltura con cui gli inserti d'epoca si 'incastrano ' al resto, scene come l'ironica morte del Nero ecc... o il flashback iniziale ) . Una costruzione impeccabile che molto avrebbe perso senza l'apporto fondamentale di un cast ,è proprio il caso di dirlo , stellare: solo per citare i più noti,perfette e impeccabili le interpretazioni di Rossi Stuart e Accorsi, memorabile il parvenu Santamaria,mentre fra le donne una Jasmine Trinca colpevolmente sottoutilizzata cede la palma di miglior interpretazione a una ammaliante e luccicante Mouglalis (grazie anche all'eccelsa caratterizzazione vocale datale da Claudia 'Agente Scully ' Catani ) Credo (francamente ) di potermi fermare qui,anche se sono convinto che si potrebbe a buon diritto non smettere mai di parlare di un simile gioiello.
Per chi non lo ha visto: si fiondi subito,non sprecherà certo il suo tempo .





